
Due letture, oggi, che sembrano lontane. Eppure entrambe parlano di un amore che non si rassegna.
Ezechiele racconta la storia di Gerusalemme con le parole di un innamorato tradito. Dio trova la città come una neonata abbandonata in piena campagna, ancora sporca di sangue, lasciata a dibattersi senza che nessuno abbia pietà di lei.
Lui sì.
La raccoglie, la lava, la veste, la adorna. La fa sua sposa. La rende regina.
Ma Gerusalemme dimentica. Si innamora della propria bellezza, si appropria dei doni ricevuti e tradisce l’alleanza.
Eppure Dio, alla fine, dice:
«Io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna».
Gerusalemme ha dimenticato. Dio no.
Non rinnega la propria promessa. Non si arrende al tradimento. Apre ancora una strada al perdono.
Nel Vangelo, i farisei chiedono a Gesù se sia lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo.
Cercano un cavillo che permetta di disporre dell’altro, di sciogliere il legame quando diventa scomodo, di trasformare una persona in qualcuno che si può trattenere oppure scartare.
Gesù non risponde offrendo una nuova scappatoia. Torna all’origine:
«All’inizio non fu così».
E conclude:
«L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Non è una condanna. È una custodia.
Gesù protegge l’amore dalla durezza del cuore, dalla pretesa di usare l’altro e poi mandarlo via, dalla tentazione di considerare una persona sostituibile quando non corrisponde più ai nostri desideri.
L’uomo che diede la vita per uno sconosciuto
San Massimiliano Kolbe ha incarnato queste parole fino in fondo.
Sacerdote francescano e fondatore della Milizia dell’Immacolata, fu arrestato dai nazisti e deportato ad Auschwitz.
Era il 1941.
Alla fine di luglio, dopo la fuga di un prigioniero, il comandante ordinò di scegliere dieci uomini da condannare a morire di fame nel bunker.
Tra i selezionati c’era Franciszek Gajowniczek, un padre di famiglia.
Quando udì il proprio nome, gridò:
«Mia moglie! I miei figli!».
Kolbe uscì dalle file.
Si offrì di prendere il suo posto.
Il comandante accettò. Kolbe fu rinchiuso con gli altri nove condannati nel bunker della fame. Per due settimane guidò i compagni nella preghiera, nei canti e nell’affidamento a Dio.
Uno dopo l’altro morirono.
Alla fine rimase soltanto lui.
Fu ucciso con un’iniezione di acido fenico il 14 agosto 1941, vigilia dell’Assunzione di Maria.
Kolbe non ha diviso ciò che Dio aveva congiunto: l’amore per Dio e l’amore per l’uomo.
Ha vissuto fino in fondo la logica dell’alleanza. Non ha salvato se stesso lasciando morire un altro. Ha offerto liberamente la propria vita.
La logica dell’alleanza
Dio, in Ezechiele, non rinnega Gerusalemme nonostante il suo tradimento.
Gesù, nel Vangelo, non concede alla durezza del cuore il diritto di usare e scartare una persona.
Kolbe, ad Auschwitz, non si tira indietro davanti alla possibilità di salvare la vita di un altro.
È la stessa logica: l’amore vero non usa, non umilia, non trasforma l’altro in un oggetto di cui disporre. Non cerca cavilli per sottrarsi alla responsabilità. Cerca la verità, la conversione, la giustizia.
Custodire un legame, però, non significa chiudere gli occhi davanti al male. Ci sono situazioni in cui prendere le distanze diventa necessario per proteggere la dignità e la vita.
Gesù non condanna chi porta la ferita di un rapporto spezzato. Richiama tutti alla verità dell’amore, che non usa, non umilia e non scarta.
Ci sono matrimoni che finiscono, relazioni che si spezzano, ferite che non possono essere ricucite. Ma anche dentro ciò che si è infranto rimane possibile scegliere di non odiare, di non vendicarsi, di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola.
L’amore fedele non è ostinazione cieca. È responsabilità. È verità. È il coraggio di custodire il bene senza diventare complici di ciò che lo distrugge.
Kolbe ci mostra che questa meta non è un’illusione.
È possibile.
Non con le nostre sole forze, ma con la grazia di Colui che ci ha amati per primo.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a un legame che sta attraversando una prova: un matrimonio, un’amicizia, una relazione familiare o comunitaria.
C’è qualcosa che rischia di spezzarlo?
C’è un orgoglio da deporre, una parola di perdono da chiedere, una ferita da ascoltare?
Oppure c’è una verità che deve finalmente essere riconosciuta?
Non cercare il cavillo. Cerca la via dell’alleanza.
Non difendere il tuo orgoglio. Custodisci la dignità dell’altro e anche la tua.
E quando non riesci a trovare una strada, affidati a Colui che continua a ricordarsi della sua alleanza.
Signore Gesù,
tu che hai detto che l’uomo non separi
ciò che Dio ha unito,
custodisci i miei legami.
Quando l’amore è forte,
proteggilo.
Quando è fragile,
sostienilo.
Quando è ferito,
guariscilo.
Donami la fedeltà di Kolbe:
capace di offrire la vita
per uno sconosciuto,
capace di cantare nel buio,
capace di credere
che l’amore è più forte della morte.
E quando il mio cuore si indurisce,
quando per orgoglio cerco una via di fuga,
quando vorrei cancellare qualcuno
senza ascoltarlo
e senza cercare la verità,
ricordami che tu non hai cancellato me.
Tu mi hai raccolto dal sangue,
mi hai lavato, mi hai vestito,
hai stretto con me la tua alleanza.
Insegnami a custodire senza possedere,
a perdonare senza mentire,
a cercare sempre la verità dell’amore.
Insegnami a non arrendermi al bene.
Amen.