
Pietro si avvicina a Gesù con una domanda che sa già di generosità: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
Sette volte è già molto. È il numero della pienezza. Pietro forse si aspetta un cenno di approvazione. Invece Gesù gli risponde con una cifra che spiazza: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».
Non sette. Settanta volte sette. Cioè sempre. Senza tenere il conto. Senza trasformare il perdono in una concessione misurata.
E poi racconta una parabola che è un pugno nello stomaco.
I due debiti
Un servo deve al re diecimila talenti. Una cifra astronomica, impossibile da restituire. Il re ordina che sia venduto, insieme alla sua famiglia e a quanto possiede, ma il servo si getta a terra e lo supplica.
Il re, mosso a compassione, lo lascia andare e gli condona tutto.
Non gli concede una dilazione. Non gli offre una nuova scadenza. Cancella il debito. Gratuitamente.
Quell’uomo esce libero. Non deve più nulla.
Ma appena fuori incontra un suo compagno che gli deve cento denari. Non è un debito inesistente: equivale a circa cento giornate di lavoro. Ma davanti ai diecimila talenti che gli sono stati appena condonati è quasi nulla.
Il servo afferra il compagno per il collo, lo soffoca e pretende che gli restituisca tutto. L’altro si getta a terra e pronuncia quasi le stesse parole che lui aveva rivolto al re: «Abbi pazienza con me e ti restituirò».
Ma il servo non vuole ascoltare. Lo fa gettare in prigione.
La sproporzione è volutamente esagerata. Gesù vuole farci toccare con mano l’assurdità di chi, perdonato dell’impossibile, continua a tenere gli altri per il collo.
Il profeta che diventa segno
Ezechiele, nella prima lettura, è chiamato a compiere un gesto strano: preparare un bagaglio da esule, uscire di giorno davanti agli occhi del popolo e, al tramonto, aprirsi un varco nel muro, caricarsi il bagaglio sulle spalle e andarsene nell’oscurità, con il volto coperto.
Dio gli dice: «Io ho fatto di te un simbolo per la casa d’Israele».
Ezechiele non parla soltanto: agisce. Diventa immagine viva di ciò che accadrà al popolo se non si convertirà. Il profeta è un uomo che non si limita a dire la verità: la incarna.
Ezechiele rende visibile, con il proprio corpo, la parola ricevuta da Dio. Il servo della parabola rende visibile, con le proprie mani strette intorno al collo del compagno, la misericordia che ha dimenticato.
Anche noi rendiamo visibile ciò che abita il nostro cuore: la grazia ricevuta oppure il conto che continuiamo a presentare agli altri.
La memoria che salva
Il salmo di oggi ci fa attraversare la memoria ferita d’Israele. Il popolo dimentica le opere di Dio, si ribella, devia, tradisce, fallisce «come un arco allentato».
Eppure il salmista continua a proclamare le opere del Signore, perché sa che ricordare ciò che Dio ha compiuto è l’unico modo per non smarrirsi.
Il servo della parabola ha dimenticato.
Ha dimenticato il debito che gli era stato condonato. Ha dimenticato la compassione che lo aveva salvato. Ha dimenticato di essere uscito libero dalla presenza del re.
Si è comportato come se fosse sempre stato un creditore e mai un debitore.
Il perdono cristiano nasce dalla memoria. Non dalla memoria ossessiva del torto subito, ma dalla memoria del perdono ricevuto. Se dimentico che Dio mi ha guardato con misericordia, divento incapace di guardare con misericordia chi mi sta accanto.
Ezechiele, con il suo gesto, è un richiamo vivente a non dimenticare. Il suo bagaglio da esule, il volto coperto, il varco aperto nel muro sono memoria prima ancora che profezia: memoria di ciò che il popolo ha già vissuto e rischia di rivivere se non si converte.
Perdonare non significa dire che il male non è accaduto. Non significa rinunciare alla giustizia, esporsi nuovamente alla violenza o ricostruire subito una fiducia che è stata spezzata.
Perdonare significa non lasciare che l’offesa diventi per sempre la misura del nostro cuore.
Non è cancellare la memoria del male ricevuto, ma lasciare che, accanto a quella ferita, rimanga viva anche la memoria della misericordia che ci sostiene.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a qualcuno che fatichi a perdonare. Forse ti ha causato una ferita profonda. Forse è soltanto un’ingiustizia rimasta dentro, una parola mai chiarita, un risentimento che continui ad alimentare in silenzio.
Non costringerti a fingere che non sia successo nulla.
Prova, però, a ricordare anche quante volte sei stato lasciato andare. Quante volte Dio non ti ha chiesto di pagare fino all’ultimo centesimo. Quante volte ti ha restituito una libertà che non potevi conquistare da solo.
E chiedi la grazia di iniziare, poco a poco, a lasciare andare.
Signore Gesù,
tu che hai detto a Pietro
di perdonare settanta volte sette,
guarda la mia fatica.
Quante volte ho dimenticato
il debito che mi hai condonato.
Quante volte ho preteso dagli altri
ciò che tu non hai preteso da me.
Ricordami il re della parabola:
non il giudice che esige fino all’ultimo,
ma il padrone che ha avuto compassione,
che ha cancellato il debito,
che mi ha lasciato andare.
Fa’ che io renda visibile il tuo perdono,
come Ezechiele rese visibile
la parola che aveva ricevuto.
Non soltanto con le parole,
ma con i gesti.
Non in generale,
ma verso il fratello
che mi sta accanto e aspetta,
forse da tempo,
di essere liberato.
E quando non ci riesco,
quando la mia mano si stringe
intorno al collo dell’altro,
aprimi gli occhi,
perché io ricordi
che anch’io sono stato lasciato andare.
Insegnami, poco a poco,
a lasciare andare.
Amen.