Il segno sulla fronte e la parola che riconcilia

Prima che il giudizio attraversi Gerusalemme, Dio cerca una fronte sulla quale lasciare un segno. E prima che una colpa distrugga una fraternità, Gesù cerca una parola capace di ricucirla.

Due immagini, nella liturgia di oggi. Due modi in cui Dio si prende cura dei suoi: segnando chi non si rassegna al male e insegnando come non perdere un fratello.

La prima immagine è drammatica. Ezechiele vede sei uomini con strumenti di sterminio attraversare Gerusalemme. Ma prima che il giudizio colpisca la città, un uomo vestito di lino segna con un tau la fronte di chi piange per il male che vede attorno a sé. Gli uomini incaricati del castigo non dovranno toccare chi porta quel segno.

La seconda immagine è intima. Gesù insegna ai discepoli come riconquistare un fratello che ha sbagliato. Non con la condanna pubblica. Non con il pettegolezzo. Ma con un incontro, da solo a solo. Se non ascolta, con due o tre testimoni. Solo alla fine, se rifiuta ogni tentativo, la comunità prende atto che il legame è spezzato.

Ma fino a quel momento, tutto è tentato. Tutto è sperato.

Il segno di chi non si rassegna

Il tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico e, nella sua grafia antica, poteva ricordare una croce. L’uomo vestito di lino lo traccia sulla fronte di chi «sospira e piange per tutti gli abomini che si compiono» in città.

Non sono i perfetti. Non sono i sacerdoti impeccabili. Sono quelli che soffrono per il male. Quelli che non lo accettano, non lo giustificano, non ci si abituano. Quelli che ancora piangono.

Il segno di salvezza non è dato a chi è senza peccato. È dato a chi non si è arreso al peccato. A chi ancora geme.

Secoli dopo, Francesco d’Assisi farà del tau il suo segno. Lo traccerà anche sulla benedizione donata a frate Leone. Per lui non era un amuleto, ma la memoria della croce e di una vita consegnata a Cristo.

Lasciarsi segnare dal tau significava appartenere al Crocifisso e diventare, nel mondo, uomo di pace e di riconciliazione. Il tau non serviva a distinguersi dagli altri. Serviva a ricordarsi a chi si apparteneva.

C’è un modo cristiano di stare nel mondo che non consiste nell’essere migliori degli altri, ma nel continuare a soffrire per il male che vediamo, senza farci l’abitudine.

La correzione che nasce dall’amore

Nel Vangelo, Gesù parla di un fratello che sbaglia. E dice: «Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo».

Non dice: parlane con gli altri. Non dice: racconta a tutti cosa ha fatto. Dice: vai da lui. Da solo.

La correzione fraterna comincia con un gesto di infinito rispetto: prendere da parte, guardare negli occhi, parlare al cuore.

È più facile lamentarsi di qualcuno che parlargli. È più comodo giudicare che incontrare. Ma Gesù ci chiede il passo più difficile: andare. Non per umiliare, ma per guadagnare un fratello.

Solo se rifiuta l’ascolto, si coinvolgono altri. E solo alla fine la comunità.

Se continua a rifiutare ogni tentativo, la comunità deve prendere atto che il legame è stato spezzato. Non per autorizzare il disprezzo e neppure per smettere di amare, ma perché non si può fingere una fraternità che l’altro continua a rifiutare.

L’obiettivo rimane il ritorno. Ma la riconciliazione non può essere imposta: ha bisogno della libertà di entrambi.

Il tau e la comunità

Il tau viene tracciato sulla fronte di ciascuno, ma nessuno porta quel segno soltanto per sé. Chi appartiene a Dio diventa responsabile anche del fratello.

Nel Vangelo, infatti, la riconciliazione comincia fra due persone e, se necessario, coinvolge altri. Due o tre non sono una piccola folla chiamata a giudicare. Sono fratelli che si fanno carico di un legame perché non vada perduto.

Ed è proprio lì, dentro quel tentativo fragile di parlarsi ancora, che Gesù promette la sua presenza: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Non serve una folla. Non servono parole solenni. Bastano due persone che provino a incontrarsi nella verità, senza umiliarsi e senza fuggire. Bastano due o tre che affidino a Dio una relazione ferita.

Il tau custodisce chi non si è rassegnato al male. La comunità custodisce il legame.

Forse il tau sulla fronte e la comunità riunita nel nome di Gesù raccontano la stessa promessa: il male non avrà l’ultima parola e nessun fratello deve essere perduto senza che tutto sia stato tentato.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a una relazione ferita. A qualcuno con cui devi parlare, ma rimandi. A qualcuno di cui ti lamenti, ma che non hai mai incontrato da solo a solo.

Oggi il Vangelo ti dice: va’.

Non per accusare. Non per dimostrare di avere ragione. Per guadagnare un fratello.

Signore Gesù,
tu che hai detto di andare dal fratello
quando sbaglia,
donami il coraggio della correzione fraterna.

Non lasciarmi cadere nel pettegolezzo,
nella lamentela sterile,
nel giudizio che non incontra mai.

Insegnami a parlare con rispetto,
ad ascoltare con pazienza,
a sperare oltre ogni chiusura.

E quando il dialogo si interrompe,
quando l’altro non vuole ascoltare,
aiutami a non smettere di volergli bene.

Segna la mia fronte con il tuo tau:
il segno di chi non si rassegna al male,
di chi piange per il peccato del mondo,
di chi appartiene al Crocifisso,
di chi crede che la riconciliazione
sia ancora possibile.

E quando due o tre si riuniscono nel tuo nome
per ricucire una fraternità ferita,
fa’ che io non manchi.

Perché proprio lì
ci sei tu.

Amen.

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