
Bastano pochi minuti su internet e ci sentiamo pronti a fare diagnosi, a dare consigli psicologici, a prescrivere diete. A volte perfino a spiegare Dio.
Viviamo nell’epoca del fai da te.
C’è il fai da te per riparare un rubinetto, per montare un mobile, per cucinare un risotto, per coltivare un orto. Basta aprire un video e qualcuno ci spiega come fare.
Poi il fai da te si è allargato.
C’è il fai da te per la salute. Si cercano i sintomi su internet e, nel giro di pochi minuti, si arriva a una diagnosi. C’è il fai da te per l’alimentazione: ogni settimana nasce una dieta nuova e qualcuno giura che sia quella definitiva. C’è il fai da te per la psicologia, per l’educazione dei figli, per la felicità, per le relazioni.
E, sempre più spesso, c’è anche il fai da te per la fede.
Si prendono qua e là alcune frasi del Vangelo, una citazione trovata sui social, una riflessione ascoltata distrattamente, qualche emozione vissuta in un momento particolare, e si costruisce un Dio su misura. Un Dio che conferma ciò che già pensiamo, che non ci mette in discussione, che non ci chiede di cambiare.
Eppure, nella vita, sappiamo bene che non funziona così.
Se il cuore comincia a dare problemi, non chiediamo consiglio al primo che passa. Cerchiamo un cardiologo.
Se dobbiamo costruire una casa, non ci affidiamo a chi ha visto due tutorial. Chiamiamo un professionista.
Se un ponte presenta una crepa, nessuno direbbe: «Provo io, tanto ho visto un video». Ci affidiamo a chi ha studiato, si è formato, ha fatto esperienza.
Perché sappiamo che alcune cose sono troppo importanti per essere improvvisate.
E allora viene spontanea una domanda.
Perché proprio la fede, che riguarda il senso della vita, il destino eterno dell’uomo e la relazione con Dio, dovrebbe essere lasciata all’improvvisazione?
Pensiamo a Pietro.
Lui di Gesù si era fatto un’idea precisa: un Messia forte, vincente, che avrebbe liberato Israele con la potenza. Quando Gesù ha cominciato a parlare di croce, di sofferenza, di morte, Pietro lo ha preso in disparte e si è messo a rimproverarlo.
Pietro non stava rifiutando Dio. Stava cercando di convincere Gesù ad assomigliare all’idea che lui si era fatto di Dio.
E Gesù gli ha risposto con durezza: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Parole durissime.
Eppure Gesù non lo ha cacciato. Lo ha corretto, lo ha atteso, lo ha rialzato dopo il tradimento. Pietro ha dovuto smettere di dire a Gesù chi doveva essere e ha cominciato ad ascoltare.
Solo così è diventato apostolo. Solo così ha trovato, più tardi, il coraggio di dare la vita. Non per un’idea che si era fatto, ma per Qualcuno che lo aveva amato così com’era.
Gesù non ha scritto un libro e poi ci ha detto: «Arrangiatevi».
Ha formato dei discepoli. Ha insegnato, corretto, spiegato, risposto alle domande, sopportato le loro incomprensioni. E, prima di tornare al Padre, ha affidato alla Chiesa il compito di continuare a custodire e trasmettere il suo Vangelo.
Non si scala una montagna da soli.
Chi affronta per la prima volta un sentiero impegnativo capisce presto che l’entusiasmo non basta. Si può perdere l’orientamento, appoggiare male un piede, sottovalutare un passaggio. La guida indica la direzione, avverte del pericolo, aiuta a scegliere dove mettere i passi.
Non toglie la gioia della vetta: la rende possibile.
Così è la Chiesa: non un controllo, ma una cordata. Una compagnia di uomini e donne che, da duemila anni, percorrono la stessa strada e ci aiutano a non cadere nei burroni.
La fede non nasce da quello che mi piace pensare di Dio.
Nasce dall’ascolto.
«La fede viene dall’ascolto», scrive san Paolo.
Ascolto della Parola. Ascolto dello Spirito Santo. Ascolto di quella sapienza che la Chiesa custodisce da duemila anni.
Ascoltare, però, non significa avere sempre risposte immediate. A volte significa restare lì, con il cuore in sospeso, mentre Dio sembra tacere: come chi siede accanto a un amico che soffre, non trova parole da dire, ma non se ne va.
È quello che accade in ogni relazione autentica: non tutto si comprende subito, ma la fiducia cresce proprio quando si sceglie di restare anche senza capire.
Questo non significa smettere di pensare.
Al contrario.
Significa avere l’umiltà di riconoscere che non tutto può essere inventato da noi.
L’umiltà è la porta della vera sapienza.
Chi crede di sapere già tutto smette di imparare. Chi invece sa mettersi in ascolto continua a crescere.
Forse dovremmo recuperare proprio questa semplicità.
Per quasi tutto cerchiamo un esperto. Per la salute, per il lavoro, per lo studio, per le questioni legali.
Quando invece si tratta di Dio, pensiamo che basti la nostra opinione.
Eppure nessuno conosce il cuore dell’uomo meglio di Colui che lo ha creato.
Nessuno sa che cosa rende davvero felice una persona meglio di Dio.
Le mode cambiano. Gli algoritmi cambiano. Gli influencer cambiano. Le opinioni si rincorrono e spesso si contraddicono.
La Parola di Dio, invece, continua ad attraversare i secoli senza perdere la sua forza.
Per questo vale ancora la pena aprire il Vangelo con umiltà, pregare e lasciarsi guidare da chi, nella Chiesa, ha ricevuto il compito di annunciare fedelmente Cristo.
Con tutti i limiti di chi la abita — perché la Chiesa è fatta di persone, non di angeli — rimane il luogo in cui la Parola risuona, i segni concreti della grazia ci raggiungono e il Signore continua a venirci incontro.
Non scrivo questo per difendere una teoria.
Scrivo perché anch’io, tante volte, ho provato a fare da sola. E ogni volta che sono tornata ad ascoltare, ho trovato qualcosa che non mi aspettavo: non un’idea, ma una presenza.
Qualcuno che mi aspettava, che non si era stancato di me, che aveva una parola da dirmi.
E questo cambia tutto.
Perché la fede non è un’opinione da costruire.
È un dono da accogliere.
Non consiste nell’inventarsi un Dio.
Consiste nel lasciarsi incontrare dal Dio vero.
E nessun tutorial potrà mai sostituire il Maestro.