La ferita e la fonte

Dio pronuncia una diagnosi che nessuno vorrebbe ascoltare:

«La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia; non c’è guarigione per te».

Non addolcisce la realtà. Non copre la ferita con parole consolatorie e promesse a buon mercato. La piaga del popolo è vera, profonda, e Dio non la nega.

Eppure lo stesso Dio che dichiara incurabile la ferita, poche righe dopo annuncia:

«Cambierò la sorte delle tende di Giacobbe. Sulle sue rovine sarà ricostruita la città. Vi risuoneranno inni di lode».

Dio non promette di risparmiarci tutte le ferite. Promette di ricostruire sulle rovine.

Il prete che stava in confessionale

San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, lo aveva capito.

Arrivò in un piccolo villaggio della Francia, Ars, un pugno di case e molta indifferenza. Lui stesso era stato un seminarista giudicato inadatto. Faticava negli studi e qualcuno lo considerava un fallito.

Avrebbe potuto pensare che la sua fragilità fosse troppo grande perché Dio potesse servirsene.

Invece rimase lì per quarant’anni.

Celebrava la Messa all’alba, poi si sedeva in confessionale. E vi restava anche sedici ore al giorno. Quando ne usciva era sfinito. Ma il giorno dopo tornava a sedersi nello stesso posto, mentre davanti alla chiesa la fila ricominciava.

La gente arrivava da tutta la Francia: vescovi, nobili, contadini, persone che non si confessavano da decenni.

Non erano attratti dalla brillantezza dei suoi discorsi. Erano attratti da un uomo capace di dire la verità su Dio.

Non una verità severa.

La verità della misericordia.

Giovanni Vianney sapeva che la ferita del peccato è incurabile con le sole forze umane. Ma sapeva anche che esiste una fonte capace di sanare ciò che nessun rimedio può guarire.

E passò la vita a indicarla.

Ciò che esce dalla bocca

Nel Vangelo Gesù risponde ai farisei scandalizzati perché i discepoli non compiono le abluzioni rituali:

«Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo».

Il Curato d’Ars aveva capito che il male non viene soltanto da fuori. Nasce nel cuore.

E che la guarigione non viene dalle mani perfettamente pulite, ma da un cuore perdonato.

Per questo la gente faceva ore di fila per confessarsi da lui. Non perché pronunciasse parole straordinarie, ma perché, ascoltandolo, ciascuno sentiva che Dio non aveva ancora rinunciato a lui.

Non un giudice pronto a condannare, ma un Padre capace di ricostruire sulle rovine.

La città ricostruita

Geremia annuncia che sulle rovine sarà ricostruita la città e che vi risuoneranno «inni di lode, voci di gente in festa».

Ars era un villaggio dimenticato. Divenne il centro di una riconciliazione che attirava migliaia di persone.

Dio non sceglie i luoghi importanti.

Sceglie i luoghi arresi.

Non sceglie chi non ha ferite, ma chi smette di nasconderle e lascia che diventino una porta per gli altri.

Il Curato d’Ars fu tormentato per tutta la vita dalla paura di non essere degno. E forse proprio questo lo rese capace di comprendere chiunque si sentisse indegno di Dio.

Dio non guarisce sempre cancellando la ferita.

A volte la trasforma nella sorgente da cui altri berranno.

Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a una ferita che porti dentro. Qualcosa che ti sembra incurabile: un peccato che ritorna, una paura che non molla, un senso di indegnità che ti blocca.

Non cercare di guarirla da solo.

Portala davanti alla fonte.

Signore,
tu che hai ricostruito la città sulle rovine
e hai cambiato il lutto in canti di gioia,
guarda la mia ferita.

Non permettermi di fingere che sia piccola.
Non lasciarmi cercare false guarigioni.
Ma, come hai fatto con Gerusalemme,
ricostruisci sulle mie macerie.

Donami la fedeltà del Curato d’Ars,
che, stanco e tormentato,
continuò a indicare la tua misericordia.

E quando mi sento indegno,
ricordami che non hai scelto i perfetti:
hai scelto un povero prete di campagna
per attirare a te migliaia di figli.

Ciò che esce dalla mia bocca
sia parola che guarisce,
non pietra che ferisce.

Amen.

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