
C’è una prima lettura, oggi, che sembra una preghiera nata nel cuore della prova.
Il profeta Isaia parla a un popolo che ha attraversato la notte. Ha conosciuto la distruzione, l’esilio, il silenzio di Dio. Eppure non ha smesso di cercarlo:
«Di notte anela a te l’anima mia,
al mattino dentro di me il mio spirito ti cerca».
È il linguaggio di chi ha trascorso la notte nell’attesa. Di chi ha continuato a cercare Dio anche quando tutto sembrava perduto.
Poi Isaia ricorre a un’immagine potente:
«Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e grida nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore».
È il dolore di chi ha atteso, sofferto e sperato, ma alla fine ha visto nascere soltanto vento.
«Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento».
È il grido di chi ha fatto tutto ciò che poteva, senza vedere alcun risultato. Di chi ha seminato con fatica e ha raccolto soltanto vuoto. Di chi si domanda se la propria attesa, la propria preghiera e il proprio impegno siano serviti davvero a qualcosa.
Eppure, proprio nel punto più basso, Isaia pronuncia parole che sembrano impossibili:
«Di nuovo vivranno i tuoi morti.
I miei cadaveri risorgeranno!
Svegliatevi ed esultate
voi che giacete nella polvere».
Come può parlare di risurrezione chi ha appena confessato di aver partorito vento?
Può farlo perché non guarda più soltanto ciò che l’uomo è riuscito a compiere. Guarda ciò che Dio può ancora fare.
La sua speranza non nasce dal successo delle proprie imprese, ma dalla fedeltà del Signore.
«La tua rugiada è rugiada luminosa».
La rugiada scende silenziosamente durante la notte. Non fa rumore, non sconvolge la terra, eppure al mattino la rende umida e feconda.
Così opera Dio.
Anche quando non lo vediamo, anche quando ci sembra che la nostra fatica abbia generato soltanto vento, la sua grazia continua a scendere. La polvere non è l’ultima parola. Le ombre non sono condannate a rimanere tali. La terra può ancora tornare a generare vita.
Isaia arriva così a una confessione sorprendente:
«Signore, ci concederai la pace, perché tutte le nostre imprese tu compi per noi».
Non siamo noi a dover salvare il mondo con le nostre sole forze. Non dobbiamo portare tutto sulle nostre spalle. Ciò che è veramente fecondo nasce quando permettiamo a Dio di operare in noi e attraverso di noi.
Ed è proprio dentro questa stanchezza che arriva la parola di Gesù:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro».
Gesù non si rivolge ai forti, a quelli che hanno risolto ogni problema o che possono presentargli una vita perfettamente riuscita.
Chiama gli stanchi.
Chiama gli oppressi.
Chiama quelli che hanno lottato a lungo e hanno la sensazione di non aver ottenuto nulla. Quelli che hanno portato pesi troppo grandi, forse anche pesi che non appartenevano loro.
A tutti dice semplicemente:
«Venite a me».
Non dice: risolvete prima i vostri problemi. Non dice: diventate più forti. Non dice: mostratemi ciò che siete riusciti a produrre.
Dice: venite.
Ma subito aggiunge:
«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore».
Il giogo era lo strumento che univa due animali affinché potessero camminare e lavorare insieme. Era anche un’immagine utilizzata per indicare una legge, un insegnamento, un modo di vivere.
Gesù, dunque, non promette una vita senza impegno. Ci invita a prendere il suo giogo, ad accogliere la sua Parola, a entrare nella sua scuola e a imparare il suo modo di stare nel mondo.
Il suo giogo è la strada della mitezza e dell’umiltà.
La mitezza non è debolezza. È la forza di chi non ha bisogno di schiacciare gli altri per sentirsi forte.
L’umiltà non è svalutarsi. È smettere di credere che tutto dipenda da noi.
Il giogo di Gesù è dolce non perché la sequela sia priva di fatica, ma perché libera dai pesi inutili: dalla pretesa di riuscire sempre, dal bisogno di controllare tutto, dal dovere di apparire invulnerabili, dall’illusione di poter salvare noi stessi e gli altri.
Gesù non ci chiede di portare ogni cosa da soli.
Ci invita a camminare con lui.
Il peso non scompare magicamente. La croce può continuare a pesare. La ferita può continuare a fare male. L’attesa può rimanere lunga.
Ma la fatica non è più solitaria.
Il ristoro promesso da Gesù non è necessariamente l’assenza dei problemi. È la sua presenza dentro i problemi.
È sapere che non dobbiamo più dimostrare nulla.
È poter deporre davanti a lui ciò che ci schiaccia.
È imparare a distinguere il giogo che viene da Dio dai pesi che ci siamo caricati addosso da soli, o che altri hanno imposto sulle nostre spalle.
Forse anche noi, qualche volta, abbiamo avuto la sensazione di aver partorito vento.
Abbiamo pregato senza vedere risposte.
Abbiamo amato senza sentirci ricambiati.
Abbiamo lavorato senza raccogliere frutti.
Abbiamo aspettato qualcosa che non è arrivato.
Il Vangelo di oggi non ci offre una spiegazione per ogni fallimento. Ci offre una presenza.
Gesù ci guarda e dice:
«Venite a me».
Venite con la vostra stanchezza.
Venite con ciò che non è riuscito.
Venite con il peso che non sapete più portare.
Venite anche con il vostro vento.
Perché la rugiada di Dio continua a scendere nella notte. E la polvere, nelle sue mani, può ancora diventare terra feconda.
Non perché il dolore sia scomparso, ma perché il dolore è stato abitato.
Non perché ogni peso sia stato tolto, ma perché non dobbiamo più portarlo da soli.
E noi, stanchi e oppressi, possiamo finalmente rispondergli:
«Eccomi, Signore. Vengo a te».
Trasforma la Parola in preghiera
Prenditi qualche istante di silenzio.
Ripensa a una situazione della tua vita nella quale hai sentito di aver “partorito vento”: un impegno che non ha dato frutto, un’attesa rimasta vuota, una preghiera che sembra non aver ricevuto risposta.
Domandati:
Quale peso sto portando completamente da solo?
È davvero il giogo che il Signore mi affida, oppure è un peso che mi sono imposto o che altri hanno caricato sulle mie spalle?
Riesco a presentarmi davanti a Gesù così come sono, stanco e senza risultati da mostrargli?
Affida al Signore ciò che oggi ti opprime. Non chiedergli soltanto di eliminare ogni fatica. Chiedigli di liberarti dai pesi che non vengono da lui e di insegnarti a camminare al suo fianco.
Signore Gesù,
mite e umile di cuore,
guarda la mia stanchezza.
Ho cercato di camminare da solo,
ho portato pesi che forse non mi appartenevano,
ho atteso frutti che non sono arrivati
e qualche volta ho pensato
che tutta la mia fatica fosse stata inutile.
Oggi vengo a te.
Liberami dai pesi che non vengono da te
e insegnami a portare con te
ciò che la vita mi consegna.
Donami la tua mitezza,
perché non abbia bisogno di impormi sugli altri.
Donami la tua umiltà,
perché non creda che tutto dipenda da me
e non abbia paura di chiedere aiuto.
Donami il ristoro che tu solo puoi dare:
non una fuga dalla vita,
ma la tua presenza dentro la fatica.
Quando la notte sembra non finire,
ricordami che la tua rugiada continua a scendere
e che la polvere, nelle tue mani,
può ancora diventare terra feconda.
Amen.