
C’è un Vangelo, oggi, che è una preghiera di Gesù.
Non un insegnamento, non una parabola, non un miracolo. Una preghiera. E non una preghiera qualsiasi: una lode rivolta al Padre.
Gesù dice: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».
È una frase che rovescia la nostra logica. I sapienti e i dotti erano coloro che conoscevano le Scritture, le interpretavano e le insegnavano al popolo. Eppure Gesù afferma che ciò che rimane nascosto a loro viene rivelato ai piccoli.
Chi sono questi piccoli?
Non semplicemente coloro che non hanno studiato, non possiedono titoli o non occupano posti importanti. I piccoli sono quelli che riconoscono di aver bisogno di Dio. Sono coloro che non pretendono di possedere la verità, ma si lasciano raggiungere da essa.
Piccoli non perché incapaci di pensare, ma perché capaci di ricevere.
Noi pensiamo spesso che la sapienza si conquisti con lo studio, la fatica e l’accumulo di conoscenze. Eppure Gesù ci ricorda che la sapienza più alta non si possiede: si accoglie.
Proprio in questo Vangelo si inserisce la figura che oggi celebriamo: san Bonaventura da Bagnoregio.
Bonaventura è stato un uomo di straordinaria cultura. Ha studiato e insegnato a Parigi, una delle università più prestigiose del suo tempo. Ha scritto opere teologiche che ancora oggi sono considerate fondamentali. È stato ministro generale dell’Ordine francescano e, infine, cardinale.
Eppure non ha mai smesso di considerarsi un discepolo.
Era chiamato il «secondo fondatore» dell’Ordine francescano, non perché avesse sostituito Francesco o modificato il cuore della sua Regola, ma perché seppe custodire e ricondurre alla sorgente un Ordine ormai cresciuto enormemente.
In un tempo in cui il prestigio culturale, l’espansione e le tensioni interne rischiavano di allontanare i frati dal carisma originario, Bonaventura li richiamò all’umiltà, alla povertà e alla fraternità.
Non aggiunse un altro fondamento: aiutò a ritrovare quello posto da Francesco.
Bonaventura è stato un grande teologo, ma una delle sue opere più conosciute porta un titolo che parla già di movimento: «Itinerario della mente a Dio».
Un itinerario è un cammino. Non soltanto una dottrina da comprendere, ma un viaggio da compiere.
Per Bonaventura, la mente non deve essere spenta, ma illuminata. Lo studio non è nemico della fede: diventa sterile soltanto quando si chiude in se stesso, quando non conduce alla contemplazione, alla meraviglia e all’amore.
La sua sapienza non si fermava alle risposte. Ogni risposta diventava una soglia dell’adorazione.
Bonaventura sapeva che Dio è più grande di ogni pensiero e che la conoscenza autentica non consiste nel rinchiuderlo dentro le nostre definizioni, ma nel lasciarsi condurre da lui.
Per questo scrisse anche la «Legenda maior», la grande biografia di san Francesco.
Non si limitò a spiegare Francesco. Ne raccontò la vita, perché aveva compreso che la santità non è una teoria: si rende visibile nei gesti.
Si mostra nell’abbraccio al lebbroso, nella povertà scelta, nella predicazione agli uccelli, nel dono della tunica al povero, nella carne segnata dalle stimmate.
Bonaventura raccolse e custodì questi segni non come un semplice archivista, ma come un padre che desiderava consegnare ai frati il volto autentico di Francesco.
Era un uomo che aveva scritto molto, ma sapeva che la sapienza non si esaurisce nei libri. Diventa contemplazione, preghiera e capacità di riconoscere la presenza di Dio nella creazione, nella storia e nelle ferite dell’uomo.
In questo Bonaventura fu davvero figlio di Francesco, che aveva voluto chiamare i suoi frati «minori»: piccoli, non per insignificanza, ma per scelta.
Minori perché non padroni.
Minori perché fratelli.
Minori perché disposti a ricevere tutto come dono.
Ecco perché oggi la Chiesa ci propone Bonaventura come maestro. Egli ci mostra che l’intelligenza non deve essere umiliata, ma resa umile. Che il sapere non deve diventare un idolo, ma un servizio all’amore. Che più ci avviciniamo a Dio, meno sentiamo il bisogno di considerarci superiori agli altri.
Gesù continua dicendo: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
La conoscenza di Dio non è un premio riservato ai più brillanti. È una relazione offerta a chi si lascia incontrare.
Bonaventura ha vissuto così: da sapiente che ha scelto di rimanere piccolo, da maestro che non ha smesso di essere discepolo, da padre che ha continuato a riconoscersi figlio.
Non basta quanto hai studiato, quanto hai scritto o quanto hai costruito. La domanda decisiva è se, attraverso tutto questo, hai lasciato che Dio ti rivelasse il suo volto.
Perché la sapienza dei piccoli non rifiuta i libri, ma sa che nessun libro può sostituire l’ascolto. Non disprezza l’intelligenza, ma impedisce che diventi orgoglio. Non rinuncia alle parole, ma sa quando inginocchiarsi e tacere.
È la sapienza di chi sa meravigliarsi.
Di chi non pretende di comprendere tutto.
Di chi riesce ancora a dire: «Ti rendo lode, Padre».
E il Padre lascia allora intravedere ciò che il cuore superbo non riesce a vedere: il suo volto.
Trasforma la Parola in preghiera
Prenditi un minuto e ripensa alla tua vita.
Dio ti ha mai rivelato qualcosa non attraverso un libro o una lezione, ma mediante una persona semplice, un momento di silenzio, una contrarietà o una piccola gioia?
Porta quel dono davanti al Signore e chiediti: l’ho custodito oppure l’ho dimenticato perché non mi sembrava abbastanza importante?
Chiedi a san Bonaventura di insegnarti la sapienza dei piccoli: quella che non rinuncia a comprendere, ma sa ricevere; quella che studia, ma sa anche adorare; quella che cerca Dio senza pretendere di possederlo.
Signore Gesù,
che ci hai rivelato il volto del Padre,
donami la sapienza dei piccoli.
Non quella che si vanta,
ma quella che adora.
Non quella che pretende di spiegare tutto,
ma quella che sa ascoltare.
Non quella che possiede,
ma quella che riceve.
San Bonaventura,
tu che hai saputo unire la mente e il cuore,
la sapienza e l’umiltà,
prega per me.
Aiutami a non confondere il sapere con la fede,
le parole con la verità,
le dottrine con l’amore.
E quando il mio studio,
il mio lavoro o il mio servizio
rischiano di rendermi duro,
ricordami che la vera sapienza
si inginocchia ai piedi della croce
e lì impara a lodare.
Amen.