Dio non gioca da solo. E nemmeno tu.

Guardando una partita di calcio mi è venuta una riflessione che va ben oltre lo sport.

Quando una squadra segna, tutta l’attenzione si concentra su chi ha mandato il pallone in rete. È normale: il gol è il momento decisivo della partita. Le telecamere lo inseguono, i tifosi urlano il suo nome, i giornalisti raccontano la sua impresa.

Eppure, se ci pensiamo bene, quel giocatore da solo non avrebbe combinato nulla.

Qualcuno ha strisciato sull’erba bagnata per recuperare un pallone che sembrava perduto. Un compagno ha visto lo spazio prima degli altri e gli ha servito la palla giusta. Il portiere, pochi minuti prima, aveva deviato un tiro quasi imparabile. Un difensore aveva fermato un contropiede pericoloso mentre tutti guardavano dall’altra parte.

Il gol porta una firma, ma è il risultato del lavoro di tutta la squadra.

Nessuno vince da solo.

Mi sono chiesta se non accada qualcosa di simile anche nella vita cristiana.

Siamo abituati a pensare alla santità come a un’impresa personale: io devo pregare, io devo convertirmi, io devo migliorare, io devo combattere i miei difetti. Tutto vero. Ma è solo una parte della verità.

Dio non ci fa crescere da soli. Si serve continuamente delle persone che mette accanto a noi.

Pensiamo alla pazienza. Come si impara? Certo, un libro può aiutare. Una bella meditazione può illuminare. Ma la pazienza vera nasce quando qualcuno ci mette alla prova. Se nessuno ci contraddicesse, ci interrompesse, ci facesse perdere tempo o ci costringesse a ricominciare, potremmo persino convincerci di essere persone molto pazienti.

Forse, semplicemente, non abbiamo ancora incontrato il nostro allenatore più scomodo.

Lo stesso vale per il perdono. Tutti diciamo che è una virtù cristiana fondamentale, ma nessuno impara davvero a perdonare se non viene ferito. Nessuno esercita la misericordia se non incontra la fragilità dell’altro. Nessuno cresce nell’umiltà se la vita non gli offre qualche occasione per ridimensionare il proprio orgoglio.

Ecco perché le persone difficili non sono soltanto un problema da sopportare. A volte diventano una palestra.

I compagni di squadra più scomodi sono proprio quelli attraverso cui Dio ci fa fare il salto di qualità.

Questo non significa che il male diventi bene o che i comportamenti sbagliati vadano giustificati. Chi ferisce resta responsabile delle proprie azioni. Il Vangelo non ci chiede di chiamare bene ciò che bene non è.

Ma Dio ha una capacità sorprendente: sa trarre un bene anche da ciò che bene non è.

Può servirsi perfino dei difetti di una persona per far crescere la virtù di un’altra.

Questa prospettiva cambia il modo di guardare la vita.

Quante volte preghiamo: “Signore, allontana da me quella persona”. Forse, qualche volta, dovremmo aggiungere: “Se non è possibile, aiutami almeno a capire che cosa vuoi insegnarmi attraverso questa situazione”.

Perché spesso la palla che la vita ci passa è proprio quella che non avremmo voluto ricevere.

Naturalmente vale anche il contrario.

Forse, senza rendercene conto, siamo noi a offrire agli altri occasioni per crescere. Le nostre impazienze possono insegnare pazienza. I nostri limiti possono diventare un invito al perdono. I nostri errori possono aiutare qualcuno a esercitare la carità.

Forse il mio peggior difetto è, per qualcuno, il suo miglior maestro. Umiliante, perché mi scopro strumento senza saperlo. Liberante, perché Dio usa persino le mie crepe.

Non è un motivo per rassegnarsi ai propri difetti. Il Vangelo ci chiede di convertirci ogni giorno. Ma è una grande consolazione sapere che Dio non spreca nulla. Nemmeno ciò che in noi è ancora incompleto.

San Paolo scrive che «tutto concorre al bene per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). Quel “tutto” comprende anche gli incontri che non avremmo scelto, le incomprensioni, le delusioni, i caratteri incompatibili e le fatiche della vita comune.

Forse è proprio questo uno dei segreti della comunione cristiana: nessuno si santifica da solo.

Cresciamo insieme, spesso senza accorgercene. A volte ci sosteniamo con una parola buona. Altre volte ci correggiamo. Altre ancora, paradossalmente, cresciamo proprio perché l’altro ci mette in difficoltà.

In una squadra di calcio il gol è di uno solo, ma la vittoria appartiene a tutti.

Anche nel Vangelo è così.

Quando una persona diventa più simile a Cristo, in quella vittoria c’è quasi sempre il contributo di molti: di chi l’ha incoraggiata, di chi ha pregato per lei, di chi l’ha corretta con amore e perfino di chi, senza volerlo, le ha dato l’occasione di imparare ad amare un po’ di più.

E allora, la prossima volta che segni un gol — nella vita, nel lavoro, nella fede — fermati un secondo. Non ringraziare solo te stesso. Alza lo sguardo e cerca chi ha corso per te, chi ha sudato per te, chi ti ha passato la palla, chi ti ha difeso quando non te ne sei accorto.

E guarda con occhi diversi anche chi ti ha fatto inciampare.

Forse non sapeva di far parte della tua partita. Forse non voleva aiutarti. Forse ha sbagliato davvero.

Ma Dio è capace di usare anche quello per renderti più forte, più libero, più vero.

E tu, oggi, in questa squadra, chi sei? Quello che segna? Quello che corre? O quello che, senza saperlo, sta insegnando a qualcuno a perdonare?

Perché agli occhi di Dio il gol è di uno, ma la vittoria è di tutti.

Non importa che ruolo hai.

L’importante è non restare sugli spalti.

Dio non gioca da solo. E nemmeno tu.

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