Lasciare per diventare liberi

C’è una domanda nel Vangelo di oggi che ha la concretezza di chi ha scommesso tutto. È Pietro a rivolgerla a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». Pietro è concreto. Ha abbandonato le reti, la barca, il lavoro, una vita conosciuta.

Ha rischiato tutto dietro una parola e ora desidera sapere se ciò che ha consegnato andrà perduto. Gesù non lo rimprovera. Non considera quella domanda meschina o interessata. Gli risponde con una promessa vertiginosa: «Riceverete cento volte tanto e avrete in eredità la vita eterna».

Oggi la Chiesa celebra san Benedetto, un uomo che questa domanda non l’ha soltanto pronunciata, ma l’ha attraversata con tutta la sua vita. Benedetto aveva una famiglia agiata, gli studi a Roma, una strada già preparata davanti a sé. Eppure, come ricorda l’Antifona d’ingresso, «abbandonata la casa e i beni del padre, desiderando piacere solo a Dio, ricercò la comunione con lui».

Non fu la fuga impaurita di un uomo che odiava il mondo. Fu la ricerca radicale di chi aveva intuito che, per trovare ciò che conta davvero, occorre talvolta avere il coraggio di lasciare ciò che riempie senza saziare.

La prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi, descrive questa ricerca con l’immagine di un tesoro nascosto: «Se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore».

Benedetto ha scavato. Ha scavato nel silenzio della grotta di Subiaco, nella solitudine, nella preghiera. Ha scavato poi nella fatica della vita comunitaria, dove Dio non si incontra soltanto nel raccoglimento, ma anche nella pazienza quotidiana, nell’obbedienza, nel servizio e nella presenza concreta dei fratelli. Ha scoperto che la vera sapienza non consiste nel possedere molte cose, ma nell’avere un cuore libero. E per diventare liberi bisogna fare spazio. Bisogna lasciare qualcosa, non per disprezzo, ma per amore.

Non tutti sono chiamati ad abbandonare la casa, la famiglia o il lavoro come fece Benedetto. Eppure tutti, in modi diversi, portiamo con noi qualcosa che appesantisce il cammino: un rancore custodito troppo a lungo, la paura di non essere abbastanza, il bisogno di controllare ogni cosa, l’attaccamento al denaro, la pretesa di avere sempre ragione. Sono pesi invisibili, ma capaci di occupare il cuore fino a non lasciare più spazio a Dio, agli altri e perfino a noi stessi.

La Colletta della festa di san Benedetto racchiude in poche parole il segreto della sua vita: «Nulla anteporre al tuo amore, per correre con cuore libero e ardente». Non anteporre nulla all’amore di Dio non significa disprezzare gli affetti, i beni o la vita quotidiana. Significa rimettere ogni cosa al proprio posto, perché nulla diventi un assoluto, nulla pretenda di possedere interamente il cuore.

Benedetto ci ricorda anche che non è necessario andare lontano per trovare Dio. A volte basta chinare il cuore e tendere l’orecchio.

La sapienza, dice il Salmo, si gusta: «Gustate e vedete com’è buono il Signore». È un sapore discreto, che si riconosce nel pane spezzato, nella preghiera condivisa, nel silenzio che non ferisce, in una parola offerta con gentilezza, nella pazienza verso chi ci vive accanto.

Forse, allora, la domanda di Pietro può lentamente trasformarsi. Non più soltanto: «Che cosa ne avremo?». Ma anche: «Che cosa posso lasciare perché la mia vita diventi più libera? Che cosa posso donare perché qualcuno, accanto a me, respiri un poco di più?».

Gesù non promette un guadagno calcolabile. Promette una pienezza. E la pienezza non consiste nell’avere sempre di più, ma nel non essere più prigionieri di ciò che abbiamo. Non consiste nel riempire ogni vuoto, ma nel permettere a Dio di abitarlo.

Forse il centuplo promesso da Gesù comincia proprio qui: quando ciò che lasciamo non crea un’assenza, ma apre uno spazio. Uno spazio nel quale possono entrare la pace, la fraternità e una vita nuova.

San Benedetto lo aveva compreso: libero non è chi non possiede nulla, ma chi non permette a nulla di possedergli il cuore.

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