
C’è un dettaglio, nel Vangelo di oggi, che di solito ci sfugge. Un dettaglio che però contiene tutto.
Quando Elisabetta dice «Si chiamerà Giovanni», i vicini e i parenti reagiscono in modo strano. Non si limitano a stupirsi. Quasi si indignano. Le dicono: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Fermiamoci un attimo. Non le stanno semplicemente facendo notare una stranezza. Le stanno dicendo un’altra cosa. Le stanno dicendo: tuo figlio non può essere diverso da noi. Non può avere un nome che non sia già nel catalogo di famiglia. Non può inaugurare una storia nuova. Deve stare dentro il perimetro che conosciamo.
È qui che il Vangelo diventa uno specchio spietato.
Quante volte abbiamo sentito, o abbiamo detto, frasi simili? «Non si fa così». «Non sei capace». «Nella nostra famiglia non c’è mai stato nessuno che…». «Lascia perdere, non è cosa per te».
Sono i nomi che gli altri ci cuciono addosso. A volte con affetto. Spesso senza nemmeno rendersene conto. Nomi che sanno di eredità, di aspettative, di paure trasmesse come un pacco da un parente all’altro.
Giovanni rischiava di chiamarsi Zaccaria. Cioè: rischiava di essere la fotocopia del padre. Un altro prete del tempio. Un altro uomo perbene. Un’altra vita già prevista.
Ma Dio aveva in mente un deserto per lui. Non il tempio. Il deserto. Aveva in mente una voce che grida, non un sacerdote che officia in silenzio. Aveva in mente un uomo vestito di peli di cammello, non di lino fino.
E tutto questo era già racchiuso in quel nome. Giovanni. Dio fa grazia.
Non è il nome della tradizione. È il nome della promessa.
C’è un momento, in questo racconto, che mi commuove sempre. Zaccaria è muto da mesi. Ha sbagliato, ha dubitato, ha chiesto un segno all’angelo e il segno è stato il silenzio. Un silenzio pesante, forse umiliante. Per nove mesi ha dovuto comunicare a gesti, lui che era abituato a parlare nel tempio, a benedire il popolo.
Ma ora, nel momento in cui scrive su una tavoletta «Giovanni è il suo nome», il silenzio si rompe.
Notate: non scrive «Giovanni sarà il suo nome». Scrive «è». Come se quel nome fosse già realtà prima ancora di essere pronunciato. Come se fosse già scritto da sempre.
E appena scrive, la bocca si apre. E la prima parola non è una spiegazione. Non è una scusa. Non è un racconto di ciò che ha passato.
La prima parola è una benedizione.
Forse è questo il miracolo più grande, oggi. Non il bambino che nasce. Ma un uomo che ritrova la parola, e la ritrova perché finalmente ha smesso di resistere. Ha smesso di voler dare lui il nome alle cose.
Noi passiamo la vita a dare nomi. Chiamiamo “fine” ciò che è solo una svolta. Chiamiamo “errore” ciò che Dio sta usando per salvarci. Chiamiamo “ritardo” ciò che è un tempo di gestazione. Chiamiamo “assenza” ciò che è silenzio abitato. Chiamiamo anche noi stessi con nomi sbagliati. Nomi che ci hanno detto da piccoli. Nomi che ci ripetiamo nei momenti bui. Nomi che sanno di sconfitta.
E intanto Dio, in silenzio, pronuncia su di noi un altro nome. Il nostro nome vero. Quello che nessuno sa. Quello che nemmeno noi sappiamo. Quello che è già scritto, come per Giovanni, prima ancora che riusciamo a balbettarlo.
Il Vangelo si chiude con una frase che sembra buttata lì, ma non lo è: «Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. E stava nel deserto».
Nel deserto. Non nel villaggio. Non nel tempio. Non sotto gli occhi della gente.
Cresce nel deserto perché la sua voce dovrà essere libera. E la libertà non si impara in mezzo al chiasso, all’approvazione, ai like, ai commenti. La libertà si impara nel silenzio. Quando nessuno ti guarda. Quando nessuno ti applaude. Quando sei solo con te stesso e con Dio.
Forse è lì che impariamo il nostro nome.
Non quello che portiamo sui documenti. Non quello che usano gli altri per chiamarci.
Ma il nome che Dio pronuncia su di noi quando siamo nel deserto. Quando tutto tace. Quando finalmente smettiamo di dirgli cosa deve fare e iniziamo ad ascoltare cosa ha già scritto.
Giovanni è il suo nome.
E il tuo? Qual è il nome che Dio sta pronunciando su di te, mentre tu sei ancora lì a ripeterti quello vecchio?
Forse oggi puoi smettere di rispondere a nomi che non ti appartengono. Forse oggi puoi scrivere su una tavoletta, con il coraggio di Elisabetta e la resa di Zaccaria, il nome che Dio ha sognato per te prima ancora che tu nascessi.
E chissà che, proprio in quel momento, anche la tua bocca non si apra.
Non per lamentarti. Non per giustificarti. Non per raccontare tutto quello che hai sofferto.
Ma per benedire.