
Se dovessimo indicare una pagina del Vangelo particolarmente difficile da accettare, questa sarebbe probabilmente tra le prime.
Gesù non si limita a chiedere di sopportare i nemici, di ignorarli o di rinunciare alla vendetta. Dice qualcosa di molto più radicale:
«Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.»
È una richiesta che appare subito sproporzionata rispetto alle nostre forze. Amare chi ci ama è naturale. Amare chi ci fa del bene è spontaneo. Amare chi ci comprende non costa fatica. Ma amare chi ci ha ferito, tradito, umiliato o escluso contraddice ogni istinto.
E forse, se siamo sinceri, è proprio qui che molti di noi smettono di annuire al Vangelo e cominciano a sentirsi chiamati in causa.
Va chiarito un punto: qui non si sta parlando di un sentimento.
Spesso identifichiamo l’amore con un’emozione, ma Gesù si riferisce a una decisione. Non ci domanda di provare simpatia per il nemico. Ci domanda di continuare a trattarlo come una persona che Dio ama.
L’amore di cui parla il Vangelo non nega il male subìto. Non pretende che una ferita venga cancellata. Non esclude la necessità della giustizia.
Però rifiuta di concedere al male l’ultima parola.
Ecco perché Gesù aggiunge:
«Pregate per quelli che vi perseguitano.»
La preghiera rappresenta il primo passo concreto quando l’amore sembra ancora fuori portata.
Si può non essere ancora in grado di perdonare fino in fondo. Si può avere il cuore ferito. Ma si può iniziare mettendo quella persona davanti a Dio.
Spesso è proprio in questo passaggio che il Signore comincia lentamente a guarire ciò che dentro di noi si era trasformato in rancore.
Gesù offre poi un’immagine precisa:
«Il Padre vostro fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni.»
Dio non fa distinzioni basate sul merito. Non riserva il sole soltanto a chi lo merita.
Il suo amore precede il merito.
Non perché il bene e il male siano uguali, ma perché Dio non smette di cercare nemmeno chi si è allontanato da Lui.
Noi siamo chiamati a imparare, gradualmente, questa logica che ci supera.
Quando Gesù conclude dicendo:
«Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»
non sta chiedendo una perfezione intesa come assenza di difetti.
La perfezione di Dio consiste nella pienezza dell’amore: un cuore che non si lascia bloccare dall’odio, una misericordia che continua a cercare l’uomo anche quando l’uomo si allontana, la capacità di amare senza calcolare il dare e l’avere.
Probabilmente nessuna parola del Vangelo ci mette così profondamente in discussione.
Ma forse proprio per questo è una delle parole che più ci avvicinano al cuore di Dio.
Essere cristiani, infatti, non significa amare soltanto dove è facile.
Significa lasciare che Cristo allarghi il nostro cuore oltre i suoi confini naturali.
Fino al giorno in cui ci accorgeremo che il miracolo più grande non è aver cambiato il nemico.
È essere cambiati noi.