Per chi non è mai abbastanza

Commento al Vangelo di Mt 9,36-10,8

Dimenticate le vetrate colorate. Dimenticate gli eroi della fede con l’aureola già in testa e lo sguardo rivolto al cielo. Il Vangelo di oggi sporca le mani nella polvere della storia e ci consegna una lista che ha il sapore di uno scarto, non di una vittoria.

Tutto comincia da uno sguardo, è vero. Ma è uno sguardo che fa male. Gesù non vede una “massa”, non conta i “fedeli”. Vede persone stanche e sfinite. Letteralmente: scorticate e gettate a terra. Come pecore che hanno smesso di cercare, perché non c’è nessun pastore all’orizzonte.

La sua compassione non è un «poverini» detto a fior di labbra. È una viscera che si agita, il grembo di Dio che si contorce. E da quel dolore che lo ferisce dentro non nasce un discorso, non nasce un comitato. Nasce una chiamata.

Il testo ci spiazza. Gesù non dice subito: «Andate». Prima ordina: «Pregate». Come a dire: attenti, l’urgenza è enorme, la messe marcisce nei campi, ma voi non avete le forze per risolverla. Gli operai non si producono in serie, non si addestrano in un’accademia. Si mendicano. Si accolgono come un parto inaspettato.

Poi, ecco l’elenco.

Potremmo leggerlo distrattamente, come un noioso elenco telefonico dei santi. Ma è qui che il Vangelo diventa pericoloso per le nostre sicurezze.

Guardate chi sceglie.

Simone, che sarà chiamato Pietro: la roccia che si sbriciolerà di fronte a una serva, un uomo che griderà: «Io non lo conosco».

Tommaso, che affonderà le dita nel dubbio prima di arrendersi all’amore.

Matteo, il collaborazionista, il venduto, quello che un bravo credente non avrebbe mai invitato a cena.

E Giuda. Nessun giro di parole. L’Iscariota, «colui che poi lo tradì».

Gesù non aspetta che siano a posto. Non fa un corso di formazione, non aspetta che i loro peccati diventino cicatrici chiuse. Li chiama mentre sono ancora un cantiere aperto, anzi, una ferita aperta.

In quella lista c’è il tuo nome e c’è il mio.

Non perché siamo perfetti, ma perché Lui si fida più del nostro potenziale che dei nostri fallimenti.

E li manda.

L’ordine è sconvolgente:

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

È il manifesto della Chiesa, ma è anche la nostra sentenza di libertà.

Non dovete dimostrare nulla.

Non dovete restituire un favore.

Avete ricevuto amore senza merito? Non mettete un prezzo al vostro dono.

Allora la domanda finale non è più soltanto: «Mi sento guardato con compassione?».

La domanda vera è un’altra: e se proprio la tua inadeguatezza non fosse l’ostacolo alla chiamata, ma il luogo da cui Dio vuole cominciare?

Perché il padrone della messe non cerca persone perfette.

Cerca persone disposte a lasciarsi chiamare.

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