Un uomo fatto preghiera: San Francesco, specchio del Cristo vivente

Per la Solennità del 4 ottobre

«Non voglio essere ladro di elemosine»
(FF 1043)

«Francesco, va’, ripara la mia casa!»
(FF 1410)

Ogni anno, il 4 ottobre, la Chiesa intera si riveste di povertà e letizia per celebrare San Francesco d’Assisi, l’uomo che più di ogni altro ha preso sul serio il Vangelo fino a diventarne icona vivente.

Francesco non ha lasciato grandi trattati, né istituzioni stabili.
Ha lasciato una vita incendiata dall’amore,
una nudità che ha spogliato il mondo,
un cammino che ha trasformato la Chiesa.

È stato predicatore senza pulpito,
teologo senza libri,
mistico senza clausura.

Il suo cuore ardeva di una sola fiamma: Cristo povero e crocifisso.

Un uomo ferito da Dio

Le Fonti raccontano che quando ascoltò il Vangelo nella chiesa della Porziuncola, non volle aggiungere nulla:

«Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore»
(FF 356)

E da quel giorno visse sine glossa, senza spiegazioni, senza attenuazioni.
La Parola lo ferì. E lui lasciò che quella ferita si aprisse in una vita nuova.

Fu questo amore radicale a renderlo fratello di tutti: non perché sognasse l’armonia universale,
ma perché aveva smesso di possedere,
di difendersi,
di dividere.

«E dove c’è odio, io porti l’amore»
(Preghiera semplice, attribuita a Francesco)

Chi ama così non ha più nemici.
Solo fratelli da servire, da amare, da salvare.

Più grande del Cantico

In questo anno in cui ricordiamo l’ottavo centenario del Cantico delle Creature, siamo tentati di identificare Francesco con la dolcezza del suo canto.
Ma la verità è che quel canto è l’eco finale di un’esistenza bruciata per Dio.

Il Francesco del Cantico è anche l’uomo che diceva:

«Nulla di noi dobbiamo attribuire a noi stessi, ma tutto al Signore altissimo e sommo Dio»
(FF 182)

È l’uomo che, prima di morire, chiese di giacere nudo sulla nuda terra,
perché non gli restasse neanche l’illusione di possedere sé stesso.

È l’uomo che ricevette le stigmate perché divenne simile a Cristo anche nel corpo.
Un mistero così profondo da non essere gridato, ma custodito.

Francesco vive

Francesco non è un ricordo,
ma una chiamata.
Una ferita aperta nella Chiesa e nel cuore di ogni uomo che cerca Dio.

È l’uomo che oggi ci sussurra ancora:

«Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora poco o nulla abbiamo fatto!»
(FF 1038)

Queste parole, pronunciate poco prima della morte, sono un’esplosione di umiltà,
e un invito a non accontentarsi mai di una fede tiepida e accomodata.

Invito alla lode che trasfigura

Nella Novena ispirata al Cantico delle Creature, abbiamo percorso un sentiero di lode e purificazione,
di bellezza e dolore,
di morte e risurrezione.

Ma tutto questo ha senso solo se ci porta a Lui,
al Crocifisso amato da Francesco,
al Volto che egli ha cercato in ogni creatura.

San Francesco ci chiede di non imitarlo esteriormente,
ma di seguire il suo sguardo interiore,
che vede Dio nel lebbroso, nel lupo, nella povertà, nella fraternità, nella Croce.

Oggi più che mai, Francesco ci provoca:
Di chi sei immagine, tu che ti dici cristiano?
A chi somiglia la tua vita?”

“Beato quel servo che non si ritiene migliore quando viene lodato e innalzato dagli uomini,
quanto quando viene considerato vile, semplice e spregevole.”

(FF 168)

San Francesco d’Assisi, tu che hai fatto della tua vita una preghiera,
insegnaci ad essere fedeli al Vangelo
non a parole, ma con le scelte, con la carne, con il sangue.
Fa’ che anche noi possiamo essere, un giorno, poveri e ardenti come te,
specchi del Cristo che non passa.”

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