Se vuoi

C’è una frase, in questo Vangelo, che sembra solo pia. Invece è un pugno.

Un lebbroso si getta davanti a Gesù e dice: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».

Non dice: “Se puoi”. Dice: “Se vuoi”.

Sa che Gesù può. Il problema è un altro: “Hai voglia di farlo per uno come me?”.

È la distanza tra credere che Dio sia forte e credere che Dio sia interessato. Interessato a me. Proprio a questa parte di me che mi fa vergognare, che sento rovinata, che ho smesso perfino di nominare.

Il lebbroso non era solo malato. Era un morto civile. Doveva stare lontano, gridare “Impuro!”, non poteva toccare nessuno. Da anni. Provate a pensare: anni senza una stretta di mano, senza una carezza, senza un corpo che non si ritragga. La lebbra non gli aveva mangiato solo la pelle. Gli aveva mangiato il nome, il volto, l’appartenenza.

Gesù può guarirlo a distanza. Una parola e via. Invece no. Allunga la mano e lo tocca.

Tocca un intoccabile. Secondo tutti, quel gesto avrebbe reso impuro anche lui. Invece accade il contrario. Un gesto assurdo, che fa trattenere il fiato a chi guarda.

Ma quell’uomo non aveva solo bisogno di pelle nuova. Aveva bisogno di essere raggiunto. Di sentire che qualcuno non scappava. Che qualcuno non aveva paura di lui.

Dio non guarisce per corrispondenza. Non ama con i guanti. Entra esattamente dove noi abbiamo messo il cartello “vietato entrare”.

Poi dice: «Lo voglio: sii purificato!».

Prima lo tocca, poi lo guarisce. L’ordine è tutto. Perché la guarigione più radicale non era quella del corpo. Era quella di un uomo che aveva dimenticato cosa significa essere guardato senza repulsione.

Quante volte anche noi abbiamo una fede giusta ma un cuore impermeabile. Diciamo che Dio perdona, ma dentro siamo convinti che per noi sia diverso. Che i nostri casini siano troppo vecchi, troppo grossi, troppo ripetuti. “Signore, lo so che puoi. Ma vuoi?”.

Il Vangelo risponde con un corpo che si avvicina. Non con un ragionamento.

La nostra guarigione non sarà un lampo. Sarà una strada, piena di ricadute e di giorni in cui sembra di tornare indietro. Ma la mano rimane lì, tesa.

Gesù non si spaventa di ciò che nascondiamo. Non ci riduce al nostro errore. Vede un figlio dove tutti vedevano un caso perso.

Alla fine gli dice: va’ dal sacerdote, compi i riti, rientra nella vita. La grazia non serve a farti diventare un caso da copertina. Serve a restituirti alla normalità. Alla tavola di casa. Al tuo nome.

Forse oggi possiamo dire così: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”.

E forse non succederà nulla di spettacolare. Ma nel silenzio sentiremo una mano che non si ritrae e una voce che dice: «Lo voglio».

Non perché ce lo meritiamo. Ma perché Dio è fatto così. Si sporca con noi. Restituisce vita proprio dove eravamo certi ci fosse solo vergogna da sotterrare.

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