
Il 17 settembre la Chiesa serafica si china in silenzio, come ai piedi di un roveto ardente. Non si ode il fragore delle parole, ma il sussurro del mistero. È la solennità delle Stimmate di san Francesco, quel giorno in cui il Verbo crocifisso, impresso nella carne del Poverello, ha scritto con fuoco d’amore una pagina eterna nel libro della santità.
Francesco è l’uomo delle profondità. Non delle emozioni passeggeri, non dei gesti esteriori, ma della trasformazione interiore, progressiva, radicale. Le stimmate non sono un premio, ma un compimento: il sigillo visibile di un’identificazione ormai totale con Cristo.
«Io voglio che tu mi renda povero come lo sono stato Io nella mia Passione»
(FF 1935, Sacrum Commercium)
Un amore che plasma
Sul monte Alvernia, due anni prima della morte, Francesco ha già percorso tutte le tappe della sequela: ha lasciato il mondo, ha abbracciato la minorità, ha incontrato il lebbroso, ha baciato il crocifisso, ha cantato il creato. Ma non gli basta ancora. Nel cuore gli arde il desiderio più audace: “sentire, quanto è possibile, nel corpo e nell’anima, quel che ha sofferto il Signore Gesù nella sua passione” (FF 1911).
Non cerca il dolore in sé, ma l’unione. Non vuole la gloria, ma la somiglianza. Non desidera il prodigio, ma l’intimità.
È questo amore senza misura che lo porta nel silenzio dell’Alverna. Non va per ottenere qualcosa: va per lasciarsi prendere. Il monte è il luogo della nudità e del fuoco, della spoliazione e del dono. E lì, in una notte che brucia d’eternità, appare il Serafino crocifisso.
«Gli apparve un uomo crocifisso, con sei ali come quelle di un serafino… Gli furono impresse nel corpo le stimmate del Crocifisso»
(FF 1237, Tommaso da Celano)
Ferito dall’Amore
Chi guarda le stimmate come fenomeno, le perde. Chi ne fa oggetto di curiosità, le profana. Esse non sono solo ferite, ma fiamme. Non sono semplice imitazione, ma partecipazione.
San Bonaventura usa parole tremende e dolcissime insieme:
«Le piaghe della Passione furono impresse non solo nel suo corpo, ma anche nel suo cuore tenerissimo»
(FF 1228)
Francesco è l’uomo che ama fino al punto di diventare l’Amato. Le sue mani portano i chiodi, ma servono ancora i fratelli. I suoi piedi sono trafitti, ma continuano a camminare per annunciare la pace. Il costato è aperto, ma da quella ferita sgorga luce per chi è nel buio.
Misticismo incarnato
Le stimmate non allontanano Francesco dal mondo. Al contrario, lo rendono più vicino a tutto e a tutti. L’uomo del dolore è anche l’uomo del canto. Dopo aver ricevuto le piaghe, egli intona il Cantico delle creature, come se il dolore lo avesse reso ancora più capace di vedere la bellezza.
«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale»
(FF 263)
La carne ferita di Francesco non è l’opposto della gioia, ma la sua radice. È l’amore che fa male perché ama davvero. Eppure, da quel dolore nasce una lode nuova, più profonda, più libera.
Così Francesco diventa una liturgia vivente: una messa perpetua celebrata sul proprio corpo. Non c’è scissione tra mistica e vita, tra orazione e servizio, tra contemplazione e fraternità. Tutto è fuso. Tutto è uno.
Una ferita per noi
Che cosa ci dicono oggi le stimmate? Non sono un segno del passato, ma una chiamata ardente. Anche noi possiamo portare nel corpo i segni di Cristo, non con il sangue, ma con l’amore. Le ferite del cuore, se vissute con Lui, diventano luogo di incontro. Le sofferenze quotidiane, se unite alla Croce, diventano portali di luce.
Francesco ci insegna che non si giunge alla pienezza dell’amore evitando il dolore, ma attraversandolo con fede. E ci ricorda che l’unione con Cristo non è solo per alcuni, ma è la vocazione profonda di ogni battezzato.
«Francesco è crocifisso, non vive più lui, ma Cristo in lui»
(FF 1232)
Il sigillo del Cielo
Quel 17 settembre 1224, il cielo ha lasciato un’impronta sulla terra. Le stimmate non sono il segno della fine, ma della fecondità. Da quel momento, Francesco non cammina più solo: cammina con Cristo, in Cristo, per Cristo.
Il suo corpo, fragile e piagato, è divenuto icona.
Il suo silenzio, preghiera eterna.
Il suo amore, fuoco inestinguibile.
Noi, figli e figlie di questo fuoco, siamo chiamati a vivere con la stessa sete: non di gloria, ma di unione. Non di straordinarietà, ma di fedeltà. Non di apparire, ma di appartenere.
Le Stimmate di Francesco non sono solo un evento da ricordare: sono una porta aperta. Chi passa attraverso di esse, incontra il Cuore trafitto del Signore. E da lì, tutto inizia davvero.
Preghiera
O Crocifisso d’amore,
che imprimesti nel corpo del tuo servo Francesco
i segni visibili della tua Passione,
imprimili anche nei nostri cuori.
Rendici docili al fuoco che purifica,
fedeli nell’ora che duole,
gioiosi nel canto che nasce dalla croce.
Fa’ che, come Francesco,
anche noi possiamo dire:
«Ora so che Tu mi ami,
perché mi hai reso simile a Te».
Amen.