
Ci sono dei “sì” che diciamo subito, quasi senza pensarci, e poi restano lì. E ci sono dei “no” che ci escono male, magari per stanchezza, paura o rabbia, e che sembrano chiudere tutto. Eppure, qualche volta, proprio dopo un no comincia dentro di noi un movimento nuovo.
Gesù racconta di un padre che chiede a due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde senza mezzi termini: «Non ne ho voglia». Non cerca scuse e non addolcisce il rifiuto. Dice no. Poi però ci ripensa e va. Il secondo, invece, risponde benissimo: «Sì, signore». È la risposta giusta, quella che ogni padre vorrebbe sentirsi dare. Ma nella vigna non ci mette piede.
Gesù domanda chi dei due abbia fatto la volontà del padre. La risposta è evidente, eppure la parabola è molto meno comoda di quanto sembri.
Dio non ci inchioda alla prima risposta
Forse la cosa più bella è proprio questa: il padre non corre dietro al primo figlio per rinfacciargli quel no. Non gli dice che ormai ha parlato, non gli chiude la porta e non lo identifica per sempre con la sua risposta peggiore. Gli lascia spazio. E dentro quello spazio il figlio cambia.
Noi siamo spesso molto più svelti a mettere etichette. Lo facciamo con gli altri e qualche volta anche con noi stessi: ho sbagliato, ho perso l’occasione, sono fatto così, ormai è troppo tardi. Ezechiele, invece, dice qualcosa di molto diverso: un uomo può cambiare strada. Può accorgersi di essersi allontanato e tornare indietro. Il male compiuto non diventa bene, ma non è costretto a essere l’ultima parola.
Questa è una speranza enorme. Dio prende sul serio ciò che abbiamo fatto, ma non ci confonde con ciò che abbiamo fatto. Ci lascia ancora la possibilità di diventare diversi da ieri, di sorprenderlo e forse perfino di sorprendere noi stessi.
Quei sì che restano sulla porta
Poi c’è il secondo figlio, ed è forse quello che ci assomiglia di più. Dice sì, e probabilmente in quel momento lo pensa davvero. Solo che poi non va.
Succede anche a noi. Diciamo “ti perdono” e continuiamo a custodire il conto. Diciamo “eccomi” e appena qualcosa ci costa davvero facciamo un passo indietro. Diciamo “Signore, mi fido di te” e poi pretendiamo che tutto vada come avevamo immaginato.
Non sempre è ipocrisia. A volte è semplicemente fragilità. Vorremmo essere quello che diciamo, ma tra le parole e la vita c’è un tratto di strada che ci fa paura.
Gesù però non si accontenta delle buone intenzioni, non perché disprezzi le parole, ma perché sa che l’amore, prima o poi, deve diventare qualcosa di concreto. Deve diventare una porta che si apre, una telefonata che finalmente facciamo, una richiesta di perdono, una presenza che resta quando sarebbe più semplice andarsene.
Prima o poi, bisogna entrare nella vigna.
Il sì che prende corpo
Paolo, nella seconda lettura, ci porta ancora più avanti: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù».
Ed ecco apparire un altro Figlio.
Gesù non ha detto sì al Padre soltanto con le parole. Quel sì ha preso corpo nella sua vita. È diventato vicinanza, servizio, pazienza, tempo donato, fedeltà. È diventato mani che toccano, piedi che camminano, attenzione per chi era lasciato ai margini. È diventato obbedienza fino alla croce.
Forse è proprio questo che manca tante volte alla nostra fede: non altre parole, ma parole che prendano corpo. Un perdono che cambi davvero qualcosa, una preghiera che ci renda meno duri, una fede che si riconosca nel modo in cui trattiamo chi ci vive accanto.
Possiamo dire cose bellissime su Dio e lasciare il cuore esattamente dov’era. Il Vangelo di oggi ci ricorda che il sì più vero non è quello pronunciato meglio, ma quello che, prima o poi, riesce a diventare vita.
C’è ancora tempo per andare nella vigna
Qualcuno oggi potrebbe riconoscersi nel primo figlio. Forse ha detto no a Dio, si è allontanato, ha fatto scelte di cui ancora si vergogna o pensa di aver perso il momento giusto.
Il Vangelo dice che non è finita lì.
Non occorre fingere di non aver mai detto no e non serve riscrivere il passato. Bisogna soltanto permettere a quel no di non diventare l’ultima parola. Si può ancora cambiare direzione. Si può ancora tornare. Si può ancora andare nella vigna.
E forse qualcun altro si riconosce nel secondo figlio. Ha detto tanti sì, magari sinceri, ma ce n’è uno che aspetta ancora di diventare vita.
Forse il Signore oggi non ci chiede nuove promesse. Forse ci domanda semplicemente di prendere sul serio una parola che gli abbiamo già detto.
La cosa straordinaria è che, finché siamo vivi, la nostra risposta non è conclusa. Possiamo ancora correggere una strada, tornare sui nostri passi, ricominciare.
A volte il sì più vero non è quello pronunciato subito, ma quello che, dopo aver lottato con noi stessi, trova finalmente il coraggio di mettersi in cammino.
Trasforma la Parola in preghiera
Fermati davanti ai due figli e prova a chiederti quale dei due ti somiglia di più oggi. C’è un no che pensavi definitivo? Oppure un sì che aspetta ancora di diventare un passo?
Portalo davanti al Signore così com’è.
**Signore Gesù, tu conosci i miei sì e conosci anche i miei no. Sai quante volte ho promesso e poi sono rimasto fermo, e quante volte ho chiuso una porta per poi desiderare di riaprirla.
Non lasciarmi prigioniero delle mie risposte peggiori. Dammi il coraggio di cambiare, di tornare sui miei passi quando serve, di chiedere perdono e di ricominciare.
E quando ti dico sì, fa’ che quel sì trovi una strada nelle mie giornate, nelle mie scelte e nel modo in cui amo.
Portami nella tua vigna, Signore, anche oggi.
Amen.**