Il vino nuovo e lo Sposo

Gesù ha appena condiviso la tavola. E qualcuno gli presenta il conto: i discepoli di Giovanni digiunano, quelli dei farisei fanno lo stesso, mentre i suoi mangiano e bevono.

Gesù risponde con un’immagine luminosa: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze mentre lo sposo è con loro?».

Lo Sposo è lui. La festa nasce dalla sua presenza.

Finché lo sposo è con gli invitati, non è il tempo del lutto. Ma Gesù aggiunge subito che verranno giorni nei quali lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.

La vita cristiana sta dentro questa tensione: la gioia di una Presenza già donata e l’attesa di una pienezza che ancora desideriamo.

Lo Sposo è con noi, eppure ancora lo attendiamo.

La festa è già cominciata, anche se non è ancora compiuta.

La novità che rompe gli schemi

Poi Gesù racconta due parabole.

Un pezzo di stoffa nuova non si cuce su un vestito vecchio. Il vino nuovo non si versa in otri vecchi.

Il Vangelo porta una novità che non può essere semplicemente aggiunta alla nostra vita lasciando tutto com’era prima. Gesù non viene a rattoppare qualcosa. Non propone qualche regola in più. Non aggiunge una pratica religiosa alle altre.

Chiede un cuore capace di lasciarsi trasformare.

Il problema non è tutto ciò che è vecchio. Ci sono abitudini che custodiscono la fedeltà, tradizioni che conservano una memoria preziosa, gesti ripetuti che continuano a nutrire la vita.

Gli otri diventano vecchi quando si irrigidiscono.

Quando le nostre abitudini non lasciano più spazio a Dio. Quando le sicurezze diventano difese. Quando gli schemi nei quali abbiamo imparato a pensare diventano gabbie nelle quali pretendiamo di rinchiudere anche il Signore.

Il vino nuovo è la gioia del Vangelo.

E questa gioia domanda un cuore vivo, capace di lasciarsi sorprendere.

La fedeltà che ascolta

Paolo, nella prima lettura, parla proprio di fedeltà:

«Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele».

Non dice: insegui sempre ciò che è nuovo.

Non dice neppure: resta attaccato a ciò che è sempre stato.

Dice: sii fedele.

Ma la fedeltà non è rigidità.

Essere fedeli non significa ripetere per sempre le stesse cose. Significa rimanere legati alla stessa Persona.

E qualche volta è proprio la fedeltà a costringerci a cambiare.

Perché Dio continua a parlare. Continua a chiamare. Continua ad aprire strade che non avevamo previsto.

Essere fedeli significa allora ascoltare abbastanza da riconoscere ciò che viene da lui, anche quando mette in discussione le nostre abitudini.

Il salmo offre quasi un criterio: «Cerca la gioia nel Signore».

Non la gioia del nuovo perché è nuovo.

Non la sicurezza del vecchio soltanto perché è conosciuto.

La gioia nel Signore.

È lui il criterio.

Paolo aggiunge poi una parola capace di rendere liberi: «Il mio giudice è il Signore!».

Non il tribunale degli uomini. Non il giudizio dei benpensanti. Non la paura di ciò che diranno.

La fedeltà a Cristo ci libera dalla necessità di vivere per ottenere continuamente l’approvazione degli altri.

Il vino vecchio e il vino nuovo

Gesù conclude con una notazione sorprendentemente realistica:

«Nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».

Gesù conosce bene il cuore umano.

Ci affezioniamo a ciò che conosciamo. Preferiamo spesso una sicurezza già sperimentata al rischio di qualcosa che non sappiamo ancora controllare.

E non perché tutto ciò che appartiene al passato sia sbagliato.

Il problema nasce quando l’attaccamento a ciò che conosciamo diventa così forte da impedirci di riconoscere ciò che Dio sta facendo adesso.

Possiamo amare talmente i nostri otri da dimenticare il vino.

Possiamo difendere talmente le forme da non accorgerci più della vita che dovevano custodire.

Il Vangelo è vino nuovo perché Cristo è sempre vivo.

E domanda continuamente un cuore capace di rinnovarsi, di ascoltare, di discernere, di lasciarsi sorprendere senza confondere la fedeltà con l’immobilità.

Lo Sposo è con noi, anche se ancora lo attendiamo.

La festa è già cominciata, anche se non è ancora compiuta.

Non siamo chiamati a vivere una fede stanca, fatta soltanto di abitudini e di calcoli.

Siamo chiamati alla gioia di chi sa che Dio è presente e continua a fare nuove tutte le cose.


Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a qualcosa che tieni stretto soltanto perché lo conosci bene: un’abitudine diventata rigida, un giudizio, una sicurezza, un modo di pensare che non lascia più spazio a Dio.

Un otre che forse non riesce più a custodire il vino nuovo.

Chiedi al Signore un cuore capace di discernere: fedele senza diventare rigido, aperto senza inseguire ogni novità.

**Signore Gesù,
tu che sei lo Sposo della festa,
insegnami la gioia.

Perdonami quando trasformo la fede
in una lista di obblighi,
in un insieme di abitudini,
in un recinto di giudizi.

Tu non sei venuto a rattoppare.
Sei venuto a fare nuove tutte le cose.

Donami un cuore nuovo,
capace di accogliere il tuo vino nuovo.

Un cuore che custodisca ciò che dà vita
e sappia lasciare ciò che non ne dà più.

Un cuore fedele,
ma non rigido.

Un cuore che ascolta,
che discerne,
che non ha paura
quando sei tu a chiamarlo a cambiare.

Liberami dal bisogno
del giudizio e dell’approvazione degli altri.

Fa’ che cerchi la mia gioia in te
e non nelle mie sicurezze.

E fa’ che la mia fede
non sia una festa finita,
ma una festa che comincia ogni giorno.

Perché tu sei lo Sposo
che è venuto,
che rimane
e che ancora attendo.

Amen.**

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