Quando i bambini parlano di Dio

La domanda l’avevo fatta a una bambina incontrata durante una missione popolare, in provincia di Milano. Mi aspettavo una di quelle risposte imparate bene: il Figlio di Dio, il Salvatore, il Messia.

Lei invece non ci pensò quasi per niente.

«È Dio, ma in versione uomo».

Rimasi a guardarla.

Naturalmente un teologo avrebbe avuto qualcosa da precisare. Avrebbe parlato dell’Incarnazione, delle due nature, vero Dio e vero uomo, del Concilio di Calcedonia. Tutto giusto, tutto necessario.

Ma quella bambina, con cinque parole, aveva attraversato secoli di teologia ed era arrivata al centro: Dio ha voluto avere un volto umano.

Mani da poter toccare, occhi nei quali guardare, una voce da ascoltare. Ha avuto fame, sonno, amici. Ha pianto. Ha avuto paura. Si è lasciato abbracciare.

Dio, «in versione uomo».

Forse è questo che fanno i bambini quando parlano di Dio: tolgono molte delle impalcature che noi adulti abbiamo costruito intorno a Lui.

Noi abbiamo bisogno di definizioni. Loro fanno domande.

Dove abita Dio?
Come fa ad ascoltare tutti contemporaneamente?
Quando muore qualcuno, Dio viene a prenderlo?
Gesù rideva?
Se Dio mi vede sempre, mi vede anche quando mi nascondo sotto le coperte?
Perché non risponde quando gli parlo?

Domande che fanno sorridere. Fino a quando non ci accorgiamo che alcune sono esattamente le nostre.

Solo che noi abbiamo imparato a formularle meglio.

O, forse, abbiamo imparato a non formularle più.

Lo stupore che abbiamo perduto

Da qualche giorno mi torna continuamente in mente Quando i bambini fanno “oh”, la canzone di Povia.

Forse perché quell’«oh» dice qualcosa che crescendo rischiamo di perdere: la capacità di meravigliarci.

Un bambino vede una cosa per la prima volta e si ferma. Guarda. Domanda. Vuole sapere perché.

Noi adulti, invece, molte cose le conosciamo. Sappiamo perché il sole tramonta, come cresce una pianta, da dove viene la pioggia. Ed è bene che sia così. Non si tratta di smettere di sapere, ma di sapere senza perdere la capacità di rimanere a bocca aperta.

Perché conoscere il meccanismo di una cosa non significa averne esaurito il mistero. Anzi, forse un adulto che sa davvero è proprio colui che, dopo aver trovato una risposta, conserva ancora qualche domanda.

Il problema comincia quando la conoscenza diventa abitudine e l’abitudine ci impedisce di vedere.

Può succedere anche con Dio.

Abbiamo imparato il Credo. Conosciamo le preghiere. Abbiamo ascoltato cento volte le parabole. Natale viene ogni anno, Pasqua pure. Sappiamo già come va a finire la storia del figliol prodigo e conosciamo perfino il numero dei pani e dei pesci.

E lentamente rischiamo di non fare più «oh».

Il bambino invece ascolta che Gesù cammina sull’acqua e, prima ancora di cercare una spiegazione, domanda:

«Ma davvero?»

Ed è una domanda bellissima.

Perché la fede adulta non dovrebbe cancellare quella domanda, ma attraversarla. Sapere di più senza meravigliarsi di meno. Comprendere senza smettere di contemplare.

«Se non diventerete come i bambini»

Quando Gesù parla dei bambini, non sta facendo poesia sull’innocenza infantile. I bambini sanno essere gelosi, capricciosi, litigiosi e terribilmente interessati all’ultima fetta di torta.

Eppure Gesù li mette in mezzo.

«Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli».

Forse perché il bambino sa ancora di avere bisogno di qualcuno.

Non si vergogna di chiedere.

Non considera una sconfitta tendere la mano.

E soprattutto possiede una libertà che noi perdiamo presto: può fare domande enormi senza preoccuparsi di sembrare stupido.

Chi ha fatto Dio?

Dov’ero io prima di nascere?

Il nonno che è morto mi vede?

Perché Dio permette che i bambini stiano male?

Sono domande davanti alle quali anche il miglior catechista, prima o poi, deve smettere di spiegare.

E ascoltare.

Perché qualche volta siamo convinti che il nostro compito sia insegnare ai bambini chi è Dio.

Poi una bambina ti guarda e dice:

«È Dio, ma in versione uomo».

E ti viene il sospetto che, almeno per quel giorno, sia stata lei a fare catechismo a te.

Questa voce è stata pubblicata in Generale, Pensieri per l'anima e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.