Il Triduo Pasquale

Dopo l’ingresso a Gerusalemme, qualcosa cambia.
Non fuori — dentro.

Il ritmo si abbassa, le parole diventano meno necessarie, e quello che resta è più essenziale. È come quando nella vita arrivi a un punto in cui non hai più bisogno di spiegazioni, ma di verità.

Il Triduo Pasquale è così. Non è un insieme di riti da seguire, ma un passaggio da attraversare. E non si attraversa con la testa soltanto. Si attraversa con tutto ciò che sei.

Per questo, più che capire, siamo invitati a restare.

Giovedì Santo

Il Giovedì Santo non ha nulla di spettacolare. E proprio per questo spiazza.

Gesù prende il pane, lo spezza e lo consegna. Ma quello che colpisce davvero è che non trattiene nulla. Si mette nelle mani degli altri sapendo bene che cosa accadrà di lì a poco.

Poi si china, si inginocchia e lava i piedi. Tocca la polvere, quella vera, quella che non si vede nelle liturgie ben ordinate ma che esiste nella vita di tutti: nelle stanchezze, nelle incoerenze, nelle fragilità che ognuno si porta dentro.

E lo fa senza difendersi.

A volte pensiamo che il problema sia amare. In realtà, spesso, il problema è lasciarsi amare. Lasciare che qualcuno entri proprio lì dove siamo meno presentabili, meno in ordine, meno “a posto”.

Questo giorno ci mette davanti a questo: non devi diventare migliore per essere amato. Devi solo smettere, almeno un poco, di trattenerti.

Ed è da lì che, lentamente, può nascere anche un amore diverso.

Venerdì Santo

Il Venerdì Santo è un giorno che non si può addolcire.

È il giorno in cui Dio non interviene come ci aspetteremmo. Non ferma il male, non cambia il corso degli eventi, non salva Gesù dalla croce. Rimane.

E questo “rimanere” è forse la cosa più difficile da accettare.

Perché dentro la nostra vita ci sono momenti così. Momenti in cui fai tutto quello che puoi, preghi, speri… eppure le cose non cambiano. Momenti in cui dai e non ricevi. In cui ami e ti ritrovi solo.

La croce non viene a spiegare questi momenti. Non li risolve in modo rapido. Ma li attraversa, dall’interno.

E questo cambia tutto.

Il passo che questo giorno ci chiede è molto concreto: non scappare subito da ciò che fa male. Non chiuderti. Non indurirti per proteggerti.

Rimanere non significa subire. Significa non smettere di amare anche quando costa, anche quando non è ricambiato, anche quando sembra inutile.

È lì che l’amore diventa vero.

Sabato Santo

Il Sabato Santo è il giorno che più somiglia a certi passaggi della nostra vita.

Non succede nulla. O almeno, così sembra.

Dio non parla, non si vede, non consola. Tutto è fermo, sospeso. È il tempo in cui anche la fede può sembrare lontana e la speranza fragile.

Eppure è un giorno necessario.

Perché non sempre nella vita tutto si risolve subito. Ci sono attese lunghe, silenzi che non si colmano, domande che restano aperte. E imparare a stare lì, senza riempire subito il vuoto, è una delle prove più difficili.

Il Sabato Santo non chiede gesti straordinari. Non chiede parole giuste. Chiede solo di non andarsene.

Di restare, anche quando non senti nulla. Anche quando pregare sembra inutile. Anche quando tutto dentro di te vorrebbe chiudere.

È un restare povero, ma vero.

È proprio dentro questo silenzio che qualcosa comincia a cambiare, anche se non lo vediamo ancora. Il Triduo non si conclude con una spiegazione, ma con una soglia: quella tra ciò che sembra finito e ciò che, in modo discreto, sta già ricominciando.

La Pasqua non arriva come una risposta immediata né come una soluzione che cancella tutto. Nasce piuttosto da questo attraversamento: dal Venerdì che non abbiamo evitato e dal Sabato che non abbiamo riempito.

Per questo non ha senso anticiparla. Ha senso lasciarsi condurre fin lì, passo dopo passo, così come siamo.

Solo chi ha sostato davvero nella notte può accorgersi che qualcosa è cambiato. Non fuori, almeno all’inizio, ma dentro. E proprio da lì, lentamente, la vita riprende.

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