Francesco, uomo chiamato

Non il santo già fatto, ma l’uomo disturbato da Dio

Francesco non nasce santo. Nasce inquieto.

Le Fonti non ce lo presentano come un giovane già orientato verso Dio, ma come un uomo attraversato da desideri confusi, affascinato dalla gloria, dal successo, dall’onore umano. “Era molto elegante e raffinato nel vestire” e cercava l’approvazione dei suoi coetanei (cf. FF 317).

Prima del Cantico, prima della fraternità, prima della povertà, c’è un cuore che cerca. E che non trova pace.

È qui che Dio entra: non come risposta rassicurante, ma come disturbo.

La chiamata di Francesco non avviene in un momento ordinato della vita, ma nel tempo della crisi. Le Fonti parlano di sogni infranti, di malattia, di un ritorno a casa segnato dalla delusione (cf. FF 321–322). Francesco sperimenta che ciò che lo affascinava non lo sostiene più. La vita di prima non basta.

Dio non gli parla subito con chiarezza. Lo inquieta.

Nel sogno di Spoleto, Francesco sente una voce che lo spiazza: “Chi può fare di più per te: il servo o il padrone?” (FF 323). Non è ancora una chiamata definita, è una domanda. Una domanda che disorienta, che costringe a fermarsi, che incrina le certezze.

La chiamata vera spesso comincia così:
non con un comando,
ma con una domanda che non ti lascia più in pace.

Quando poi, nella chiesa di San Damiano, Francesco ascolta la voce del Crocifisso,  “Va’, Francesco, ripara la mia casa” (FF 1410), egli stesso ammette di non aver capito subito. Le Fonti sono chiarissime: Francesco interpreta quella parola in modo letterale, parziale, incompleto.

Eppure obbedisce.

Questo è un passaggio decisivo: Francesco non risponde perché ha capito tutto, ma perché si fida abbastanza da muoversi. La chiamata non gli illumina il futuro, ma gli chiede un passo. Uno solo.

La chiamata non rende subito santi.
Rende disponibili.

Francesco comincia a cambiare vita prima ancora di sapere dove quella voce lo condurrà. Le Fonti raccontano che in lui cresce una “dolcezza dello spirito” e insieme una inquietudine nuova, che lo porta a frequentare luoghi e persone che prima evitava (cf. FF 324–325).

La chiamata lo sposta.
Lo decentra.
Lo rende vulnerabile.

Otto secoli dopo, forse è proprio questo che continua a inquietarci di San Francesco di Assisi:
non la sua povertà radicale, non la sua scelta evangelica, ma il fatto che Dio abbia parlato a un uomo normale, incompleto, in ricerca. E che possa farlo ancora.

Entrare nell’Anno francescano significa partire da qui: dall’ascolto di ciò che in noi non trova pace.

Perché ogni chiamata autentica, allora come oggi, comincia così: con una vita che non si accontenta più.

Questa voce è stata pubblicata in Generale, Pensieri per l'anima, Testimoni della fede e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.