
Ogni mattina, quando il sole doveva ancora decidere se alzarsi o no, Anna usciva di casa con un mazzo di chiavi che tintinnava come una promessa.
Lavorava come custode in un vecchio edificio, un palazzo un po’ decadente, tutto scale ripide e corridoi bui. Era la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via.
Una mattina incontrò un ragazzo seduto sugli scalini. Avrà avuto vent’anni, forse meno. Aveva lo sguardo stanco di chi ha dormito poco e pensato troppo.
«Aspetti qualcuno?» chiese Anna.
Lui scrollò le spalle. «Aspetto che mi passi.»
«Che ti passi cosa?»
«Boh. La vita, forse.»
Anna lo guardò per un attimo. Poi prese il mazzo di chiavi, lo sollevò, e disse:
«Vedi queste?
Ogni porta qui dentro ha una chiave diversa. E ognuna apre qualcosa che il giorno prima era chiuso.
Sai qual è la cosa buffa? Nessuna porta si aprirà se io resto ferma.
Mi tocca fare il passo. Il passo è mio, la chiave è una.
Così funziona anche la vita.»
Il ragazzo fece un mezzo sorriso, ma stava ancora sul gradino, immobile.
Allora Anna aggiunse, con quella voce tranquilla che sapeva di madre, nonostante lei madre non fosse mai stata:
«Una cosa l’ho capita, dopo tanti anni:
la porta che più fatica a aprirsi… è sempre quella che più ti serve.
Se non l’apri tu, non la apre nessuno.»
Detto questo, entrò e iniziò il giro quotidiano: porte da sbloccare, luci da accendere, polvere da togliere.
Dopo qualche minuto sentì dei passi dietro di sé.
Il ragazzo aveva deciso di entrare.
«Posso aiutarti?» chiese.
Anna sorrise. «Certo. Comincia da quella porta lì. È pesante. Ma non morde.»
E mentre lui provava a girare la chiave — tremante, ma deciso — capì una cosa semplicissima e gigantesca:
non era la porta a essere pesante.
Era lui che per troppo tempo era rimasto fuori.