L’abbaglio di un istante

Viviamo in un tempo che ha fatto del piacere un diritto assoluto.
Godere, provare emozioni forti, riempire ogni vuoto con sensazioni nuove: sembra che sia questo il segreto per vivere bene. Il corpo diventa campo di battaglia e di mercato insieme: cibi, bevande, sesso, divertimenti, viaggi, esperienze da collezionare. Tutto grida: “Non privarti di nulla!”. Ma dietro l’urgenza di godere si nasconde un vuoto che nessuna festa riempie, nessuna novità basta a saziare.
È l’antica illusione di Adamo ed Eva: “vedere che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza” (Gen 3,6). Il desiderio non è cattivo, è la sua deformazione a renderlo inganno. Quando diventa possesso, avidità, fuga da sé, allora promette paradisi e lascia deserti.
La domanda che smaschera
“Uomo, dove sei?” – chiede Dio.
Dove sei, tu che cerchi di spegnere la sete con bevande sempre più forti, ma ti ritrovi più assetato di prima? Dove sei, tu che confondi l’amore con il consumo di corpi e resti più solo dopo ogni incontro? Dove sei, tu che ti illudi che il piacere basti a salvarti dalla noia, ma ti risvegli più vuoto di prima?
Il piacere non è male, ma non può reggere il peso della nostra sete infinita. È come una fiamma: scalda un attimo e subito si spegne, se non ha un legno più grande a cui aggrapparsi.
Voci antiche e sempre nuove
La Scrittura conosce bene questa ricerca. Qoèlet osserva: “Ho detto a me stesso: su, vieni, voglio metterti alla prova con la gioia, goditi il piacere! Ed ecco, anche questo è vanità” (Qo 2,1). Non è moralismo, è esperienza. L’uomo che ha provato tutto si accorge che non basta.
E la Samaritana, con il suo secchio stanco, ritorna al pozzo giorno dopo giorno. Ha avuto cinque mariti e non ha trovato pace. È immagine di ciascuno di noi, che torniamo sempre alle stesse fonti senza riuscire a dissetarci. Solo quando incontra Cristo, sente parole nuove: “Chi beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (Gv 4,13-14).
Il rovesciamento del Vangelo
Gesù non condanna il desiderio. Lo riconosce, lo accoglie, lo trasfigura. Non spegne la sete, la porta a compimento. Non elimina il piacere, ma lo orienta al dono. Quando il vino di Cana viene a mancare, Egli lo rinnova: non toglie la festa, la rende più vera. Quando incontra peccatori e prostitute, non spegne la loro ricerca di amore, ma la purifica in una relazione che non si consuma.
Il piacere trova verità solo se diventa relazione. Godere da soli è un inganno. Godere nell’amore è anticipo del Regno.
Una gioia che resta
Il mondo ci offre godimenti che finiscono presto. Cristo ci dona una gioia che resta. “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Non è euforia passeggera, ma pace che trabocca. È il gusto di vivere come figli, non come consumatori. È il piacere che nasce non dal prendere, ma dal donarsi.
E tu, uomo di oggi, dove sei?
Cerchi il brivido che ti distrae o la gioia che ti compie? Ti accontenti di istanti che si spengono o desideri un amore che duri? Continui a tornare a pozzi vuoti, o sei disposto a bere finalmente l’acqua viva?
Preghiera
Signore della gioia vera,
guarisci la mia sete che non trova pace.
Tu conosci i miei desideri e non li disprezzi,
ma insegnami a non fermarmi a ciò che passa.
Liberami dalle illusioni che promettono paradisi e lasciano vuoti,
rendimi capace di gustare la vita come dono,
di amare senza possedere,
di gioire senza consumare.
Fa’ che il mio cuore ritrovi in Te
la sorgente di ogni piacere buono,
e che la mia vita diventi festa che non finisce,
gioia che nessuno potrà mai togliermi.