
L’Amore è l’unico verbo che si coniuga in tutte le lingue dell’anima, eppure nessuna grammatica umana riesce a decifrarne l’infinito. È un mistero che si svela solo nell’atto di perdersi, un fuoco che brucia senza consumarsi, come quel roveto ardente che parlò a Mosè nel deserto (Es 3,2).
L’Amore Umano: la Fiamma e la Cenere
Gli uomini amano come respirano: a intermittenza. Il loro amore è un mosaico di attimi—baci che sanno di sale e lacrime, promesse che il vento disfa all’alba. È un’offerta condizionata: Ti amerò se… Ti amerò finché… Persino nel dono più puro, rimane l’ombra del possesso, l’eco del mio. È un amore che costruisce altari e poi vi sacrifica l’altro, che confonde desiderio con destino.
Eppure, anche questa fiamma fragile è scintilla divina. San Francesco, nel suo Cantico delle Creature, chiama fratello persino il fuoco—simbolo di quell’amore che purifica senza annientare. Perché nell’amore umano—così imperfetto, così straziante—si nasconde una nostalgia: il ricordo di un’unità perduta, il sussurro di un’appartenenza più grande, come quella di cui parla Sant’Agostino: Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te (Confessioni, I,1).
L’Amore Divino: l’Abisso che Chiama Senza Voce
Dio, invece, ama come il sole: senza chiedere agli alberi di restituire la luce. Il Suo è un amore senza contrari, un eros sacro che non conosce il termine bastare. Non si logora, non negozia, non trattiene. È il folle amore di cui parla San Bonaventura, quello che spinge il Verbo a farsi carne e abitare tra le ferite del mondo (Gv 1,14).
L’amore divino non seduce: rapisce. Non chiede fiducia, la crea. È la voce che Abramo udì sul monte Moria (Gen 22), la stessa che gli ordinò di sacrificare l’amato figlio e poi lo fermò, mostrandogli l’assurdo della logica umana: Non volevo Isacco, volevo te. È l’amore che Francesco abbraccia quando, davanti al Crocifisso di San Damiano, sente risuonare: Va’, ripara la mia casa (FF 593). Non una richiesta, ma una chiamata a diventare egli stesso riparazione, a farsi strumento dell’amore di Dio.
Il Punto d’Incontro: la Ferita che Unisce
Forse la differenza sta nella direzione. L’uomo ama per essere riamato; Dio ama perché è Amore (1 Gv 4,8). Eppure, proprio nella loro antitesi, si trova il varco. Come scriveva Santa Chiara nella sua Lettera a Sant’Agnese: L’amore che ti infiamma è più forte dell’amore che brucia i figli di questo mondo (FF 2861).
L’amore umano, quando smette di aggrapparsi, diventa specchio di quello celeste. È la storia del Cantico dei Cantici: due innamorati che cercano, si perdono, e nella loro sete scoprono un Nome più grande. Io sono del mio amato, e il mio amato è mio (Ct 2,16)—ma poi, quasi per errore, aggiungono: e il suo desiderio è verso di me (Ct 7,11). Chi desidera chi? Il confine svanisce.
San Francesco, quando chiama Sorella Acqua e Fratello Sole, non sta recitando una poesia: sta riconoscendo che ogni cosa è legata dall’amore di Dio, che tutto è segno di una Presenza. Allora, forse, amare davvero significa diventare trasparenti—come il Poverello che, ricevendo le stigmate, si fa alter Christus, ferito dall’amore che non si trattiene.
Perché l’amore perfetto è quello che non ha paura di sanguinare. Quello che, come il costato trafitto di Gesù, si lascia attraversare per far scaturire misericordia (Gv 19,34). E in quel sangue e acqua—simbolo di battesimo e eucaristia—si compie l’ultima antitesi: l’umano e il divino non sono più in opposizione, ma una sola carne, un solo mistero.
L’Ultima Soglia: il Canto dell’Anima che Brucia
E così, quando ogni parola si fa silenzio e ogni desiderio si scioglie in puro abbandono, risuona l’eco delle parole di San Giovanni della Croce, mistico che seppe cantare l’amore come ferita e volo:
“Oh notte che guidasti!
oh notte amabile più dell’aurora!
oh notte che unisti
l’Amato con l’amata,
l’amata nell’Amato trasformata!”
(Notte Oscura, strofa 5)
È questo il punto d’arrivo: l’anima non cerca più, perché è stata trovata. Non brama, perché è sazia. Come il legno che, consumato dal fuoco, non è più legno ma fiamma, così l’amore umano—purificato dalla notte oscura—diventa finalmente capace di quell’unione senza confini di cui scrive lo stesso Giovanni:
“Tanto l’anima ormai si è trasformata in Dio,
che più non è creatura:
è Dio per partecipazione,
sebbene conservi la propria sostanza.”
(Fiamma d’amor viva, strofa 2)
Ecco allora la risposta all’enigma: l’amore umano e quello divino non sono due, ma uno. Separati solo dalla nostra cecità. Come Francesco che, morendo, poté dire “Sorella Morte” perché l’aveva già incontrata nell’abbraccio di Cristo, così ogni cuore che ama davvero—con fatica, con fragilità, ma senza riserve—già intravede l’alba di quella Notte dove, finalmente, “Dio sarà tutto in tutti” (1 Cor 15,28).