
Credere è un verbo di frontiera. Sta tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che tocchiamo e ciò che ci supera. È come camminare su acque profonde, come Pietro sul lago (Mt 14,28-31): uno sguardo fisso su Cristo e tutto regge; un attimo di distrazione, e si affonda. Eppure, è proprio lì che la fede si rivela: non come certezza umana, ma come affidamento radicale a un Dio che tende la mano.
San Francesco d’Assisi fu un uomo di fede non per ciò che capiva, ma per ciò che abbracciava. Credeva non perché aveva risposte, ma perché aveva incontrato un Volto. Non si costruì una fede comoda o devota nei ritagli di tempo: la sua fu una resa totale. Scrisse: “Nulla dunque di voi trattenete per voi, affinché interamente vi accolga Colui che tutto a voi si offre” (FF 119).
La fede, per Francesco, nasceva dall’ascolto e si faceva carne nella povertà.
Era ascolto del Vangelo sine glossa, ricevuto non come libro sacro, ma come voce viva del Cristo. “E il Signore mi diede tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: ‘Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo…’” (FF 111).
Santa Chiara, sua sorella nello Spirito, visse questa stessa fede nel silenzio dell’altare e nella povertà del chiostro. Scriveva a santa Agnese di Praga: “Stringiti con tutta l’anima a Colui che è il tesoro di ogni sapienza e scienza, e vedrai come la tua anima sarà illuminata” (Lettera IV, 19).
Francesco e Chiara non hanno semplicemente creduto “in Dio” ma “a Dio”: alla Sua Parola, alla Sua presenza viva, alla Sua promessa. Hanno vissuto la fede non come teoria, ma come fiducia operosa. “La fede senza le opere è morta” (Gc 2,26) — e le loro opere furono povertà, perdono, letizia.
San Bonaventura, dottore della Chiesa, lo esprime con sublime profondità: “La fede è come un raggio che discende dalla luce eterna e guida l’anima attraverso le tenebre” (Itinerarium mentis in Deum).
Fede, allora, è accettare di non vedere tutto, ma sapere di essere visti da Dio.
È fidarsi anche quando sembra che Dio taccia. San Massimiliano Kolbe, martire della carità ad Auschwitz, disse: “Solo l’amore crea. L’amore ci fa superare ogni difficoltà. Anche quando non capiamo, l’amore ci dice: abbi fede.”
In questo, la fede francescana è profondamente pasquale: passa per la Croce, ma non si ferma ad essa. La fede vera conosce la notte, ma non cede al buio. Come san Pio da Pietrelcina, figlio spirituale del Poverello, che portò nel corpo le stimmate e nell’anima il tormento del silenzio di Dio: “Camminiamo nella fede, non nella visione… e, come il cieco, lasciamoci guidare dalla mano paterna del Signore verso la luce.”
Abbiamo bisogno di questa fede: umile, ardente, concreta.
Non una fede fatta di parole, ma di adorazione. Non una fede che “capisce”, ma che obbedisce. Non una fede che si rifugia, ma che esce incontro ai fratelli. “Va’, Francesco, ripara la mia casa” (FF 1411): è lo stesso invito che Dio ci rivolge oggi.
Fede è scegliere ogni giorno di fidarsi. Anche quando la prova ci toglie il fiato, anche quando il mondo deride, anche quando non si vede nulla. Perché in quel vuoto, Dio prepara la sua pienezza.
Alla fine, la fede è il cuore che ascolta e risponde.
Come Abramo, come Maria, come Francesco. È un sì che cambia la storia. “Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45): Chiara, Francesco, Massimiliano Kolbe, Pio… sono stati beati perché hanno creduto. Che anche noi possiamo essere tra questi, mendicanti di luce, portatori dell’Invisibile.