IMPRESSIONE DELLE STIMMATE DI SAN FRANCESCO

Vangelo  (Lc 9, 23-26)
Chi perderà la propria vita per me, la salverà.

In quel tempo, Gesù diceva a tutti: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?
Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi».

Commento

Pochi giorni fa abbiamo celebrato la festa dell’Esaltazione della santa Croce. Oggi, in tutto il mondo francescano e particolarmente in questa santa montagna della Verna, santificata dalla presenza del Signore in forma di serafino e da quella di Francesco, lo Stigmatizzato della Verna, celebriamo il mistero della Croce reso visibile nella carne del Poverello, rendendosi visibile nel suo corpo quanto dice l’Apostolo: d’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo (Gal 6,17). Paolo portava nel suo corpo le cicatrici dei tormenti sofferti a causa di Cristo (cf. 2Cor 6,4-5; 11,23ss), Francesco porta nelle mani, nei piedi e nel costato i segni della Passione di Cristo.

Le biografie del Santo ci raccontano come avvenne il prodigio del tutto singolare delle Stigmate. In prossimità della festa dell’Esaltazione della santa Croce, il serafico Padre salì su questa montagna, due anni prima della sua morte, per iniziare la quaresima che solitamente praticava in onore dell’Arcangelo san Michele. Desiderando ardentemente conoscere il volere di Dio, per configurarsi in tutto a Cristo, aprì per tre volte il libro dei Vangeli nel nome della santa Trinità e, imbattendosi sempre nel racconto della Passione del Signore Gesù, pregava insistentemente di sentire nel suo corpo i dolori del Crocifisso. Ebbe, allora, una visione che provocò in lui una grande gioia e un profondo dolore allo stesso tempo. Il Signore, sotto forma di un serafino crocifisso, gli fece conoscere che stava per essere trasformato nell’immagine del Cristo crocifisso. Terminata la visione apparvero nella carne di questo amico di Cristo i segni della Passione del Signore: i segni dei chiodi nelle sue mani e i suoi piedi, e una ferita nel suo costato (cf. LegM XIII, 1ss).

In questa memoria liturgica delle Stigmate di san Francesco tentiamo di cogliere alcuni aspetti importanti di questo evento prodigioso, partendo dal racconto che ci offre san Bonaventura. Il Dottore Serafico inizia il racconto dell’impressione delle Stigmate con queste parole: Francesco… aveva imparato a suddividere il tempo con grande accortezza: parte ne spendeva nelle fatiche apostoliche per il suo prossimo, parte ne dedicava alla tranquillità e alle estasi della contemplazione. E aggiunge: perciò, dopo essersi impegnato, secondo l’esigenza dei tempi e dei luoghi, a procacciare la salvezza degli altri, lasciava l’agitazione delle folle e cercava la solitudine (LegM XIII, 1).

Francesco ci insegna che non si può essere tutto per gli altri se non si è tutto per il Signore, e non si può essere tutto per il Signore se uno non si incontra costantemente con se stesso. Il Poverello ci indica la necessità di avere nella propria esistenza un “progetto di vita ecologico”, diremmo oggi, dove l’impegno a favore degli altri si accompagna al “vacare Deo”, come direbbero gli antichi, dedicando del tempo a Dio e del tempo a noi stessi. Francesco, vero “mendicante di senso”, cercatore permanente dell’uomo è colui che incessantemente ricerca Dio e il suo volere, come fa notare anche san Bonaventura. È per questo, infatti, che ama la solitudine.

L’uomo è certamente un “essere sociale”, creato “per la relazione”, ma l’esperienza mostra che soltanto chi sa vivere solo sa anche vivere pienamente le relazioni. Solo chi non teme di scendere nella propria interiorità sa anche affrontare l’incontro con l’alterità, con Dio e con gli altri. Invece, l’incapacità di interiorizzazione, di abitare la propria vita interiore, diviene anche incapacità di creare e vivere relazioni solide, profonde e durature con Dio e con gli altri. Certo, non ogni solitudine è positiva. Vi sono forme di fuga dagli altri che sono patologiche, come l’isolamento e la paura dell’alterità. Ma tra queste patologie e l’attivismo smodato, la solitudine è equilibrio e armonia, forza e saldezza. Chi assume la solitudine, come fece Francesco, ha il coraggio di guardare in faccia se stesso, di riconoscere e accettare come proprio compito quello di divenire se stesso. D’altra parte se uno, come Francesco, è teso alla ricerca del volere di Dio (cf. LegM XIII, 1), non può farlo rifugiandosi nel “branco”, nell’anonimato della folla, e neppure nella deriva solipsistica della chiusura in sé. Forse la solitudine è uno dei più grandi segni dell’amore: verso noi stessi, verso Dio, verso gli altri.

La solitudine è spazio di unificazione del proprio cuore e di comunione con Dio e con gli altri. La solitudine quando ci porta a incontrarci con noi stessi, allora è purificazione delle relazioni, che nella continua frequentazione della gente rischiano di diventare insignificanti; per noi cristiani, è anche luogo di comunione con il Signore. Commentando Giovanni 5,13, dove si dice che l’uomo guarito non sapeva chi fosse colui che lo aveva guarito, poiché Gesù era scomparso tra la folla, sant’Agosto scrive: è difficile vedere Cristo in mezzo alla folla; ci è necessaria la solitudine. Nella solitudine, infatti, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa, per vedere Dio ti è necessario il silenzio. Del resto, la solitudine è il crogiuolo dell’amore: le grandi realizzazioni umane e spirituali non possono non attraversare la solitudine. Certo, il cristiano, come Gesù, deve riempire la solitudine con la preghiera, con la lotta spirituale, con il discernimento della volontà di Dio, con la ricerca del suo volto. Francesco in tutto questo si presenta a noi come un vero maestro, essendo stato un vero discepolo di Cristo.

Infatti il Cristo, in cui diciamo di credere e che diciamo di amare, lo troviamo in costante ricerca di luoghi solitari per pregare, per vivere l’intimità con l’Abba e per discernere la sua volontà. Colui che sulla croce ha vissuto la piena intimità con Dio, conoscendo l’abbandono di Dio, ricorda al cristiano che la solitudine è un mistero di comunione. Ci insegna, inoltre, che la solitudine massima vissuta sulla croce è un mistero d’amore, la manifestazione più grande dell’amore del Padre per noi: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16); la più alta espressione dell’amore di Gesù per noi: ci ha amati e ha dato se stesso per noi (Ef 5,2).

Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc9,23), abbiamo ascoltato nel Vangelo di oggi. Troviamo in queste parole un compendio della vita cristiana, lo specchio della Parola, a cui il discepolo deve conformare il proprio volto (Gc 1,22-25). In quanto cristiani, la nostra vita deve portare impressi i lineamenti di Gesù, il Figlio crocifisso per amore. Guardando a colui che è stato trafitto (Gv 19,37), capiamo che la croce è il sigillo di appartenenza a Dio in Gesù (cf. Ap 7,2ss; Ez 9,4). Portare la croce ogni giorno è farsi carico del nostro male, è morire quotidianamente per Cristo, vivendo per lui, fino a poter dire: sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo ma Cristo vive in me (Gal 2,20). Prendere la croce significa sentirsi concrocifiso con Cristo, essere partecipe della Passione del Signore Gesù, sentire che apparteniamo a Lui e non più a noi stessi. Dice Benedetto XVI: per portare a pieno compimento l’opera della salvezza, il Redentore continua ad associare a sé e alla sua missione uomini e donne disposti a prendere la croce e a seguirlo. Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito: chi vuol essere mio discepolo, rinneghi il proprio egoismo e porti con me la croce. Invochiamo l’intercessione dello Stigmatizzato della Verna, affinché il Signore stesso ci conceda di andare con decisione dietro di Lui, per conformarci alla Passione del Cristo e così condividere la sua risurrezione.

Fr. José Rodríguez Carballo, ofm – Ministro generale

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