Giovedì 22 ottobre 2026 – XXIX settimana del Tempo Ordinario – San Giovanni Paolo II, papa
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53)
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!»

Un uomo che non aveva intenzione di stare alla finestra
Il 22 ottobre 1978, un Papa venuto dalla Polonia si affacciava sulla storia con parole destinate a raggiungere milioni di persone: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».
Non era uno slogan ben confezionato. Karol Wojtyła sapeva di cosa parlava. Aveva conosciuto l’occupazione nazista, la perdita delle persone più care, il lavoro in una cava, gli anni difficili del regime comunista. Aveva visto quanto può diventare disumano un mondo quando qualcuno pretende di cancellare Dio e, insieme a Lui, la dignità dell’uomo.
Eppure non era diventato un uomo amareggiato. Aveva conservato qualcosa che nessun regime era riuscito a portargli via: la libertà interiore.
Nel Vangelo di oggi Gesù dice di essere venuto a portare il fuoco sulla terra. E forse, guardando la vita di Giovanni Paolo II, comprendiamo meglio di quale fuoco stia parlando. Non quello che distrugge, ma quello che impedisce alla coscienza di addormentarsi. Quello che non permette di rassegnarsi al male soltanto perché sembra più forte di noi.
La fede non si difende dal balcone
Giovanni Paolo II non ha vissuto una fede da salotto. Ha attraversato continenti, incontrato folle immense e persone dimenticate, parlato ai potenti e ai giovani, abbracciato malati, cercato il dialogo anche dove sembrava impossibile.
E soprattutto ha ricordato alla Chiesa una cosa che ogni tanto rischiamo di dimenticare: Cristo non è venuto a rendere più rispettabili le nostre abitudini, ma a cambiare la nostra vita.
È fin troppo facile ammirare un santo. Basta una bella fotografia, una frase da condividere, magari un ricordo commosso. Più difficile è lasciarsi disturbare da ciò che ha vissuto.
Perché quel «Non abbiate paura» non era rivolto soltanto ai popoli oppressi o ai giovani radunati nelle piazze. Riguarda anche le nostre piccole paure quotidiane: quella di perdere la faccia, di essere giudicati, di perdonare per primi, di prendere posizione quando sarebbe più comodo tacere.
A volte abbiamo trasformato la prudenza in un alibi così raffinato che non riusciamo più a distinguerla dalla vigliaccheria.
E il Vangelo, quando lo prendiamo sul serio, qualche alibi ce lo brucia.
Quando il corpo diventa l’ultima predica
C’è un’immagine di Giovanni Paolo II che forse racconta il suo pontificato più di tanti discorsi. È quella degli ultimi anni, quando il corpo non rispondeva più come un tempo, la voce si spezzava e anche un semplice gesto diventava una fatica immensa.
Avrebbe potuto sottrarsi agli sguardi. Invece ha lasciato che il mondo vedesse anche la sua fragilità.
In una società che misura il valore delle persone sulla loro efficienza, sulla bellezza e sulla capacità di essere sempre all’altezza, quel Papa anziano e sofferente continuava a ricordare che la dignità umana non diminuisce quando vengono meno le forze.
Non era necessario che riuscisse ancora a pronunciare grandi discorsi. La sua stessa presenza parlava.
E qui il Vangelo diventa particolarmente esigente. Perché il fuoco di Cristo non è soltanto l’entusiasmo delle grandi imprese. È anche la fedeltà quando tutto si fa pesante, quando non arrivano applausi, quando bisogna accettare di essere aiutati, quando amare significa semplicemente rimanere.
La santità non coincide con l’essere invincibili. Giovanni Paolo II ci ha mostrato che si può essere fragili senza smettere di essere coraggiosi.
Le porte che teniamo ancora chiuse
Oggi sarebbe troppo facile fermarci alla nostalgia. Ricordare le Giornate Mondiali della Gioventù, i viaggi, gli incontri, quella voce forte che sembrava capace di raggiungere ogni angolo della terra. Tutto vero, tutto prezioso.
Ma un santo non ci viene consegnato per farci rimpiangere il passato. Ci viene incontro per mettere in discussione il presente.
Giovanni Paolo II ha parlato instancabilmente della dignità della persona, della libertà, della pace, del valore della vita. Ha chiesto perdono per le colpe commesse dai figli della Chiesa e ha compiuto gesti di riconciliazione che hanno lasciato il segno, come l’incontro in carcere con l’uomo che aveva tentato di ucciderlo.
E noi?
Siamo capaci di chiedere perdono senza aggiungere subito una giustificazione? Di riconoscere la dignità di qualcuno anche quando non la pensa come noi? Di difendere chi non ha voce, senza prima domandarci se ci convenga?
Forse il modo migliore per celebrare san Giovanni Paolo II non è ripetere ancora una volta «Non abbiate paura», ma domandarci che cosa stiamo facendo delle nostre paure.
Perché possiamo spalancare le porte delle chiese, organizzare celebrazioni bellissime e riempire le piazze di immagini dei santi. Ma se poi teniamo sprangata la porta del cuore davanti a chi ci chiede amore, ascolto o perdono, abbiamo capito ben poco.
Giovanni Paolo II ha chiesto al mondo di aprire le porte a Cristo. Il rischio, quarantotto anni dopo, è che siamo ancora occupati a lucidare le maniglie.
Trasforma la Parola in preghiera
Signore Gesù, oggi, ricordando san Giovanni Paolo II, torno a sentire quell’invito a non avere paura. E devo confessarti che di paure ne ho ancora tante. Ho paura di perdere le mie sicurezze, di essere frainteso, di non farcela, qualche volta perfino di fidarmi davvero di Te. Donami un po’ di quel coraggio che hai acceso nel cuore di Karol Wojtyła, ma soprattutto insegnami a non cercarlo soltanto nei momenti in cui mi sento forte. Aiutami a riconoscerti anche nella fragilità, nella fatica e nelle persone che il mondo considera un peso. Fa’ che la mia fede non si riduca a belle parole e che il fuoco del tuo Vangelo trovi finalmente qualcosa da accendere nella mia vita. E se ancora esito ad aprirti la porta, Signore, abbi pazienza con me. Continua a bussare. Ma non permettere che mi abitui così tanto alla tua voce da non sentirla più. Amen.