
Gesù alza gli occhi verso i suoi discepoli e dice: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio».
Non dice: beati quelli che un giorno saranno poveri. Non dice: beati quelli che sopportano la povertà con rassegnazione. Dice: beati voi, poveri. Voi, adesso. Voi che non avete nulla da esibire, che agli occhi del mondo non contate, che spesso nessuno vede.
È una parola scandalosa, perché Gesù non proclama beata la miseria e non dice che la fame o il dolore rendano migliori. Dice qualcosa di diverso e molto più radicale: Dio guarda proprio là dove il mondo tende a distogliere lo sguardo. Guarda chi manca di tutto, chi piange, chi viene rifiutato, e gli dice che non è dimenticato. Il Regno appartiene anche a lui.
La logica del Regno
Le beatitudini di Luca hanno un accento diverso da quelle di Matteo. Matteo scrive: «Beati i poveri in spirito». Luca lascia risuonare con tutta la sua forza la concretezza della povertà: «Beati i poveri».
La fame resta fame. Il pianto resta pianto. Il rifiuto resta rifiuto. Gesù non li trasforma in valori e non chiede di considerarli desiderabili. Li attraversa con una promessa.
I poveri sono beati perché Dio non li dimentica. Gli affamati perché Dio promette loro sazietà. Quelli che piangono perché le loro lacrime non saranno eterne. I perseguitati perché nessuna violenza può sottrarli all’amore di Dio.
Poi arrivano i «guai»: guai ai ricchi, guai ai sazi, guai a quelli che ora ridono, guai quando tutti diranno bene di voi.
Non sono maledizioni. Sono avvertimenti. Gesù mette in guardia da tutto ciò che può diventare una falsa sicurezza. Se la tua vita dipende da ciò che possiedi, che cosa rimane quando lo perdi? Se vivi dello sguardo degli altri, che cosa accade quando quello sguardo cambia? Se hai bisogno dell’approvazione per sapere quanto vali, la tua libertà è già diventata fragile.
La scena che passa
Paolo, nella prima lettura, scrive: «Passa infatti la figura di questo mondo».
È una frase che ridimensiona molte cose che ci sembrano assolute. Passano il successo e il fallimento, gli applausi e le critiche, ciò che accumuliamo e ciò che perdiamo. Passano perfino molte delle cose alle quali affidiamo la nostra sicurezza.
Per questo Paolo invita a vivere tutto senza lasciarsi possedere da nulla. Amare senza trasformare l’altro in una proprietà. Gioire senza aggrapparsi alla gioia come se dovesse durare per sempre. Piangere senza credere che il dolore sia l’ultima parola. Possedere senza diventare schiavi di ciò che possediamo.
La libertà cristiana non consiste nel non avere nulla. Consiste nel non fare di nulla il proprio assoluto.
Ed è qui che la parola delle beatitudini diventa ancora più luminosa. Chi non può appoggiarsi sulle sicurezze del mondo può scoprire, talvolta con una radicalità che agli altri sfugge, che esiste una sicurezza più profonda. Una sicurezza che non dipende dal successo, dal denaro, dal consenso, dalla salute o dal ruolo che occupiamo.
Dio.
La gioia che il mondo non conosce
Gesù dice: «Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia».
È forse la frase più difficile. Come si può parlare di gioia a chi ha fame, a chi piange, a chi viene respinto?
La risposta non sta nel dolore stesso. Il dolore non diventa buono soltanto perché lo attraversiamo. La gioia delle beatitudini nasce da una certezza diversa: ci sono cose che il dolore può portarci via, ma non può portarci via tutto.
Si può perdere il denaro senza perdere il proprio valore. Si può perdere il consenso degli altri senza perdere la propria dignità. Si può vedere crollare ciò su cui si era costruita una vita e scoprire, con stupore e fatica, che la vita non è crollata insieme a ciò che è venuto meno.
Si può aver perso molto senza essere perduti.
È questa la gioia che il mondo conosce poco. Non l’euforia di chi non ha problemi, ma la certezza di chi, proprio mentre qualcosa vacilla, scopre di essere ancora custodito.
Il mondo ci insegna facilmente a pensare che siamo ciò che possediamo, ciò che riusciamo a fare, ciò che gli altri riconoscono in noi. Gesù rovescia questa logica. Guarda i poveri, gli affamati, quelli che piangono, quelli che vengono esclusi e pronuncia su di loro una parola che nessuno si aspetterebbe:
«Beati voi».
Non perché la loro sofferenza sia bella, ma perché nemmeno quella sofferenza riesce a collocarli fuori dallo sguardo di Dio.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a ciò che ti dà sicurezza. Non necessariamente il denaro. Può essere una persona, un ruolo, la salute, il successo, l’approvazione, l’immagine che hai costruito di te.
Che cosa accadrebbe se venisse meno?
Oggi la Parola non ti chiede di disprezzare ciò che hai. Ti chiede di non trasformarlo nel fondamento della tua vita, perché passa la figura di questo mondo.
Dio no.
**Signore Gesù,
tu che hai detto beati i poveri,
insegnami la libertà.
Liberami dall’ansia di possedere,
dalla paura di perdere,
dal bisogno di essere approvato.
Donami un cuore povero,
che non faccia di nulla il proprio assoluto.
Quando ho fame,
ricordami che tu conosci ciò che mi manca.
Quando piango,
ricordami che nessuna lacrima
è invisibile ai tuoi occhi.
Quando qualcosa crolla,
impediscimi di credere
che con essa sia crollata tutta la mia vita.
E quando rimango a mani vuote,
ricordami che posso aver perso molto
senza essere perduto.
Perché le tue beatitudini
non sono promesse vuote.
Sono la tua vita,
che irrompe nella mia.
Amen.**