La mano tesa

C’è un uomo con la mano paralizzata. È in sinagoga, di sabato. Gli scribi e i farisei lo osservano. Non per curarlo. Non per pregare per lui. Lo osservano per vedere se Gesù lo guarirà in giorno di sabato. Per trovare un capo d’accusa.

È il rovesciamento della religione: invece di gioire per una possibile guarigione, stanno lì a controllare se la guarigione avviene nel giorno giusto.

Gesù conosce i loro pensieri. E fa una cosa bellissima: non si nasconde, non rimanda. Chiama l’uomo al centro.

«Àlzati e mettiti qui in mezzo!».

Quell’uomo, che forse si era abituato a stare ai margini, con la sua mano nascosta, viene messo al centro. Davanti a tutti. Gesù non lo guarisce in disparte, ma sotto lo sguardo di tutti.

Porta al centro proprio ciò che quell’uomo avrebbe forse preferito nascondere.

Poi pone la domanda che smaschera ogni ipocrisia:

«In giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?».

Nessuno risponde.

E Gesù guarisce.

La religione che condanna

Gli scribi e i farisei escono fuori di sé dalla collera. Hanno appena visto una mano guarita, un uomo restituito alla vita, e loro sono arrabbiati.

Perché il loro modo di vivere la religione è diventato più importante della persona. La regola è diventata più importante dell’amore. Il sabato è diventato più importante della guarigione.

È la tentazione che può insinuarsi in ogni esperienza religiosa, in ogni comunità, in ogni cuore.

Trasformare le regole in idoli. Mettere la legge al posto di Dio. Dimenticare che tutto — anche il sabato — è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato.

La legge di Dio non è fatta per impedire il bene. È fatta per custodire la vita.

Quando una regola ci impedisce di vedere chi soffre, qualcosa si è rovesciato.

La mano tesa di Dio

Gesù dice all’uomo:

«Tendi la tua mano!».

E la mano guarisce.

È una richiesta strana. Gesù gli chiede di mostrare proprio ciò che non funziona. Di esporre ciò che forse avrebbe preferito tenere nascosto.

Tendere la mano è un atto di fede. È fidarsi. È smettere di nascondersi. È offrire a Dio la propria paralisi.

E Dio non lascia quella mano vuota.

Non sempre toglie ciò che ci ferisce. Non sempre cambia le circostanze come vorremmo. Non sempre la guarigione prende la forma che avevamo immaginato.

Ma entra proprio lì, nella parte di noi che gli abbiamo finalmente permesso di raggiungere.

Perché Dio non è un controllore che sta lì a vedere se rispettiamo tutte le regole.

È un Padre che vede la nostra mano paralizzata e ci dice: tendila.

E mentre noi tendiamo la mano verso di lui, scopriamo che la sua era già tesa verso di noi.

La collera dei giusti

Gli scribi e i farisei sono arrabbiati.

E la loro rabbia è il segno di un cuore che non sa più gioire del bene.

Quando non riusciamo a gioire del bene degli altri, quando la guarigione di qualcuno ci irrita, quando il successo di un altro ci infastidisce, allora qualcosa nel nostro cuore si è paralizzato.

Non è la mano.

È il cuore.

Gesù può guarire una mano paralizzata. Ma c’è una paralisi ancora più difficile da riconoscere: quella di un cuore che non riesce più a gioire quando accade qualcosa di buono a un altro.

Anche quel cuore può guarire.

Ma prima deve riconoscere di essere diventato rigido.

Forse è questa la guarigione più difficile: accorgerci che, mentre guardavamo la mano ferita dell’altro, non vedevamo più la paralisi dentro di noi.


Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a una parte di te che tieni nascosta. Una ferita, una debolezza, una paralisi che non vuoi mostrare.

Gesù ti dice:

«Àlzati e mettiti qui in mezzo».

Non per umiliarti.

Ma per guarirti.

E poi ti dice:

«Tendi la mano».

Offrigli la tua paralisi. Lascia che raggiunga proprio ciò che hai cercato di nascondere.

Forse scoprirai che, mentre cercavi la forza di tendere la tua mano verso di lui, la sua era già tesa verso di te.

**Signore Gesù,
tu che hai guarito la mano paralizzata
in giorno di sabato,
entra anche nelle mie paralisi.

Nella mano che non so più tendere.
Nel cuore che non sa più gioire.
Nello sguardo che giudica
invece di amare.

Àlzami e mettimi al centro,
anche se preferirei restare ai margini.

Chiedimi di tendere la mano,
anche quando mi vergogno
di ciò che porto.

E quando il mio modo di vivere la fede
diventa più importante della persona,
quando le mie regole
diventano più importanti dell’amore,
ricordami che tu sei il Signore del sabato.

Insegnami a riconoscere
la tua mano già tesa verso di me.

E fa’ che anche la mia
rimanga tesa verso chi soffre.

Perché non c’è legge più grande
dell’amore che salva.

Amen.**

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