Il Dio che continua a seminare

Il seminatore del Vangelo, a guardarlo bene, sembra uno che non ha imparato nulla dalle delusioni.

Esce a seminare e lascia cadere il seme dappertutto: sul sentiero, tra le pietre, in mezzo ai rovi e infine sulla terra buona. Qualunque contadino sa che non si lavora così. Il seme costa fatica, tempo, attesa. Non si disperde senza criterio. Si sceglie il terreno, lo si prepara, si cerca almeno di non sprecarlo.

Eppure Gesù racconta proprio così il modo di agire di Dio.

Di solito ascoltiamo questa parabola e ci domandiamo quale terreno siamo. È una domanda legittima: ci sono momenti in cui siamo duri come una strada battuta, altri in cui accogliamo con entusiasmo ma senza radici, altri ancora in cui lasciamo che preoccupazioni, paure e desideri soffochino ciò che Dio ha seminato.

Ma prima di guardare il terreno, forse dovremmo fermarci sul seminatore.

Perché continua a gettare il seme anche dove sa che, molto probabilmente, non nascerà nulla?

Non è distratto. Vede il sentiero, riconosce le pietre, conosce la forza dei rovi. Non ignora la realtà. Semplicemente, non decide in anticipo che una parte della terra non meriti più alcuna possibilità.

È qui che il Vangelo comincia a diventare scomodo.

Noi, prima o poi, smettiamo di seminare. Smettiamo di parlare con chi non ci ascolta. Smettiamo di fidarci di chi ci ha deluso. Smettiamo di aspettarci qualcosa da chi ha fallito troppe volte.

E non sempre abbiamo torto. Ci sono rapporti da cui è necessario prendere le distanze. Ci sono limiti che vanno messi, perché la carità non chiede a nessuno di lasciarsi ferire senza fine. Ma una cosa è proteggersi, un’altra è pronunciare una sentenza definitiva sulla persona.

Succede quando non diciamo più: «Ha sbagliato», ma: «È sbagliato».

Quando non diciamo più: «Oggi non riesce a cambiare», ma: «Non cambierà mai».

È un passaggio piccolo, quasi impercettibile, ma pesa molto. Perché a quel punto non stiamo più descrivendo il presente. Stiamo decidendo anche il futuro dell’altro.

Dio questa fretta non ce l’ha.

Continua a seminare anche dove la risposta è stata povera, confusa o assente. Continua a cercare chi si è allontanato. Continua a offrire occasioni nuove a chi ne ha già sprecate molte. Non perché minimizzi il male, ma perché non riduce mai una persona al male che ha compiuto.

Questa parabola parla anche al modo in cui guardiamo noi stessi.

Ci sono persone che, dopo anni di tentativi, finiscono per arrendersi a una definizione: «Sono fatto così», «Non ce la farò mai», «Ormai è troppo tardi». A volte basta una fragilità ripetuta molte volte perché diventi, ai nostri occhi, tutta la nostra identità.

Ma noi non siamo soltanto ciò che oggi non riusciamo a cambiare.

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, usa un’altra immagine: la pioggia e la neve scendono dal cielo, fecondano la terra e la fanno germogliare. È un particolare importante. Dio non si limita a gettare il seme e poi resta a guardare. Manda anche la pioggia. Lavora il terreno, lo ammorbidisce e lo prepara nel tempo.

Spesso la grazia agisce così, molto prima che noi ce ne accorgiamo. Una parola ascoltata cento volte sembra scivolare via e poi, un giorno, entra. Un dolore apre una crepa. Un incontro rimette in discussione una certezza. Una persona che sembrava lontanissima improvvisamente ricomincia a cercare.

Non è magia. E non tutto riesce.

Gesù lo dice con chiarezza: una parte del seme andrà perduta. Gli uccelli la mangeranno, il sole brucerà i germogli, i rovi soffocheranno ciò che era nato. Il Vangelo non racconta una favola in cui ogni attesa viene ripagata e ogni persona cambia.

Dice però qualcosa di ancora più serio: Dio non lascia che il possibile fallimento diventi una scusa per non amare più.

Noi preferiamo investire dove vediamo buone probabilità di riuscita. Dio semina anche dove non ha garanzie. Non perché non sappia fare i conti, ma perché il suo criterio non è il rendimento. Il suo criterio è la fedeltà.

Per questo la parabola non ci chiede soltanto che terreno siamo. Ci chiede anche come guardiamo gli altri.

Sappiamo distinguere la prudenza dalla condanna? Sappiamo riconoscere una ferita e mettere un limite senza trasformare quel dolore nell’unica verità sull’altro?

E soprattutto: sappiamo credere che Dio non abbia ancora finito con noi?

Forse la buona notizia di questa domenica è proprio questa: Dio vede perfettamente le nostre pietre e i nostri rovi, ma non smette per questo di considerarci terra.

Finché Dio continua a seminare, nessuna terra è senza futuro.

Questa voce è stata pubblicata in Generale, Una Parola per oggi e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.