San Giovanni Battista: l’uomo che non voleva essere il centro

24 giugno – Solennità della Natività di San Giovanni Battista

Ci sono santi che sembrano fatti per essere messi in una nicchia. Figure rassicuranti, con lo sguardo dolce e le mani giunte, che osservano la nostra vita da una distanza di sicurezza.

Poi c’è Giovanni Battista.

Lui in una nicchia non ci sta. È scomodo, spigoloso, urticante. Non parla sottovoce. Non addolcisce la pillola. Non ti consola accarezzandoti le illusioni. Giovanni è voce che squarcia il silenzio, deserto che ti spoglia, soglia che ti obbliga a scegliere. Se lo incontri davvero – non l’immaginetta, ma l’uomo – qualcosa dentro si muove. Magari con un sussulto di fastidio, all’inizio. Perché la verità, quando arriva nuda, non fa mai comodo.

Ma poi, se la smetti di difenderti, quella verità diventa uno spazio. E in quello spazio, inspiegabilmente, respiri meglio.

Nascere dove non c’era più speranza

Tutto comincia in una casa dove il silenzio di Dio durava da troppo tempo.

Zaccaria ed Elisabetta sono vecchi. Hanno pregato, hanno sperato, hanno pianto in silenzio. Poi, a un certo punto, avranno smesso di chiedere. Non per mancanza di fede, ma per una specie di pudore dell’anima: certe ferite, dopo anni, impari a non toccarle più. Le copri. Le metti in una stanza interna e chiudi la porta. Continui a vivere, a servire, perfino a credere. Ma in fondo c’è un punto in cui hai smesso di aspettare.

Ed è proprio lì che Dio bussa.

Non entra dalla porta principale, quella della tua efficienza e dei tuoi progetti ancora in piedi. Entra dalla crepa. Dalla parte di te che hai smesso di considerare. Quella che pensavi fosse ormai sterile.

Già questo basterebbe. Giovanni nasce dove umanamente non poteva nascere più nulla. E a noi, che conosciamo bene le nostre sterilità – relazioni prosciugate, desideri sepolti, pezzi di cuore che non generano più niente – questa nascita dice qualcosa di essenziale: Dio non frequenta solo le nostre forze. Abita anche le nostre rese. Anzi, a volte la grazia non arriva dove siamo forti. Arriva dove abbiamo smesso di difenderci.

Non era la Luce. E questo lo rendeva libero.

C’è un versetto del Vangelo che è quasi una coltellata, per come smonta le nostre logiche:

«Non era lui la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce».

In un mondo che ci educa a brillare, a emergere, a lasciare il segno, questa frase è sovversiva. Tutti noi, in fondo, abbiamo fame di essere visti, riconosciuti, confermati. Anche quando facciamo il bene, sotto sotto vorremmo che qualcuno se ne accorgesse. Anche quando parliamo di Dio, rischiamo di mettere in vetrina la nostra bravura, la nostra sensibilità spirituale, la nostra immagine.

Giovanni no. Lui è libero da questo bisogno. Ha capito qualcosa che a noi sfugge quasi sempre: la sua identità non è essere la luce, ma indicarla. E questo non lo sminuisce. Lo realizza.

Non sei la luce: puoi smettere di tormentarti all’idea di dover illuminare tutto. Non sei tu che salvi: puoi posare il peso impossibile di essere il centro di qualcosa. Sei voce. Sei dito puntato. Sei uno che prepara, indica, e poi si fa da parte perché qualcun altro – la Luce vera – possa essere visto.

C’è una pace immensa in questa vocazione. La pace di chi ha smesso di lottare per occupare il centro e ha scoperto che, ai margini, si sta molto più vicini alla verità.

La grandezza di chi sa diminuire

«Egli deve crescere; io invece diminuire».

Forse è la frase più difficile di tutto il Vangelo. Perché il nostro istinto è opposto: vogliamo crescere, espanderci, contare. E spesso, anche il nostro servizio, anche il nostro amore, nasconde una sottile strategia per restare al centro. Aiutiamo, ma vorremmo essere ringraziati. Ci doniamo, ma teniamo il conto. Serviamo, ma se non siamo riconosciuti ci sentiamo svuotati.

Giovanni smonta questa dinamica con una semplicità che spiazza. Lui non diminuisce perché si disprezza. Non si annulla per paura. Diminuisce perché ha capito chi è. Sa che il suo posto non è il trono, ma la soglia. E la soglia è il luogo di chi prepara ingressi, non di chi li blocca con la propria presenza.

Attira discepoli, ma non li trattiene. Annuncia il Messia, ma non lo amministra. Riconosce lo Sposo e si ritira, perché sa che la festa non è sua.

C’è qualcosa di profondamente liberante in questo modo di stare al mondo. Farsi piccoli non per complesso di inferiorità, ma perché solo quando arretri permetti a Cristo di apparire meglio. La vera minorità non è scomparire: è diventare trasparenti.

Nel deserto, dove si dice il vero

Giovanni non sceglie il tempio, non sceglie la piazza, non cerca platee. Sta nel deserto. E il deserto, nella Scrittura, è il luogo dove tutto il superfluo viene spazzato via. Dove non puoi più distrarti con il rumore. Dove resti solo con te stesso, e con Dio. È il luogo della verità nuda.

Forse per questo il deserto ci fa tanta paura. Riempiamo le giornate di suoni, notifiche, impegni, parole. Perché il silenzio ci metterebbe davanti a noi stessi. E non sempre siamo pronti a sostenere quell’incontro.

Giovanni invece lo abita, il deserto. E da lì grida: «Preparate la via del Signore».

Non dice: rendetevi presentabili. Non dice: migliorate la vostra immagine. Dice: togliete ciò che ostacola. Abbassate i monti del vostro orgoglio. Riempite i burroni scavati dalla paura e dalla disperazione. Raddrizzate ciò che si è storto.

La conversione non è un trucco per diventare perfetti. È rendersi raggiungibili. Permettere a Dio di arrivare fino a noi, senza più barriere.

La verità che non schiaccia, ma libera

Giovanni è un uomo scomodo. Dice la verità, e la verità brucia. Ma – ed è decisivo – non la brandisce per ferire. Non è semplicemente un profeta di collera: è un profeta di urgenza. La sua parola nasce dal desiderio che l’uomo si svegli, che esca dalla menzogna, che smetta di chiamare «destino» ciò che è solo una catena.

Viviamo sospesi tra due tentazioni: da una parte la durezza di chi dice il vero senza amare; dall’altra la falsa bontà di chi, per non disturbare, non chiama più le cose col loro nome. Giovanni non sta né di qua né di là. La sua parola è tagliente ma non spietata. Ferisce l’orgoglio per salvare il cuore. Non usa mai la verità come pietra. La usa come bisturi.

E proprio per questo resta attuale. Abbiamo fame di persone così: capaci di parlarci con onestà, senza arroganza. Capaci di dirci la verità guardandoci negli occhi, non dall’alto in basso.

Anche i profeti tremano

Poi c’è un momento – il momento più prezioso, forse – in cui Giovanni diventa nostro fratello fino in fondo.

È in carcere. Lui che aveva annunciato il Messia, che lo aveva indicato con il dito sulla riva del Giordano, ora è chiuso in una cella. E lì, nel buio, qualcosa vacilla. Non la sua fedeltà, ma le sue certezze. Manda a chiedere a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

La domanda del profeta. La domanda di chi ha dato tutto e ora non capisce più. Di chi si aspettava un Messia trionfante e si trova davanti un uomo mite, che non spezza le catene, che passa guarendo invece di giudicare, che perdona invece di abbattere.

Anche il più grande ha conosciuto il buio. Anche la voce più forte ha avuto il suo tremore. Anche il testimone più saldo ha dovuto fare i conti con un Dio diverso da come se lo immaginava.

E Gesù non lo rimprovera. Non gli dice: «Proprio tu dubiti?». Risponde con i segni del Regno: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i poveri ricevono la buona notizia di essere raggiunti da Dio. Come a dire: guarda dove la vita rifiorisce. Guarda me lì, in quelle ferite che si rimarginano. Non mi riconosci? Eppure sono qui, che tocco la carne del mondo.

Giovanni ci consola perché ci somiglia. Anche chi crede può attraversare ore di buio. Anche chi ha incontrato Dio può non capire più. La fede non è non avere domande. La fede è portare le domande giuste alla persona giusta.

Una voce che parla a te

Oggi, forse, Giovanni Battista ci raggiunge così: non come un eroe lontano, ma come un fratello che ha imparato, sulla sua pelle, dov’è la vera pace.

A te che vivi con l’ansia di non essere abbastanza visto, dice: non devi essere tu la luce.
A te che porti il peso di dover salvare tutto e tutti, dice: non sei tu il Salvatore.
A te che confondi il tuo valore con il numero di applausi che ricevi, dice: puoi smettere di rincorrere il centro. Sei libero di startene sulla soglia.

Una vita nascosta può essere immensamente decisiva. Una voce nel deserto può cambiare la storia. Un’esistenza che si fa da parte può aprire la strada a Dio.

La soglia, non il centro

La Chiesa celebra la nascita di Giovanni nel cuore dell’estate, quando la luce è più lunga e il sole sembra non voler tramontare. In questo tempo luminoso ci mette davanti un uomo che dice: non guardate me, guardate Lui.

È una lezione che ci salva. Perché il mondo non ha bisogno di cristiani pieni di sé, innamorati della propria immagine, ansiosi di occupare spazi. Ha bisogno di uomini e donne trasparenti. Persone che non coprano Cristo con il proprio ego, con le proprie rigidità, con le proprie paure o ambizioni travestite da zelo.

Ha bisogno di voci che preparino strade. Voci che non urlino per dominare, ma parlino per svegliare. Voci che non cerchino applausi, ma conversione.

San Giovanni Battista ci accompagni dentro questa libertà strana e preziosa: la libertà di non essere il centro. La libertà di indicare Cristo e basta. La libertà di diminuire senza spegnerci, perché quando Cristo cresce in noi, nulla della nostra umanità va perduto.

Tutto, finalmente, trova il suo posto: noi sulla soglia, Cristo al centro, e la luce libera di raggiungere ogni uomo.

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