Ti racconto … dell’uomo che conservava l’ultimo sguardo delle cose.

La prima volta che lo vidi, un vento di ottobre spazzava il mercatino di San Frediano, sollevando foglie secche e vecchie cartoline. Lui stava fermo tra due bancarelle, le mani in tasca, un cappotto color ruggine che sapeva di pioggia antica. Non toccava niente, non chiedeva prezzi. Guardava la gente che vendeva.

Mi avvicinai per curiosità, credendolo un collezionista timido. Invece mi sorrise, con occhi color ambra, e mi disse una frase che mi entrò sotto la pelle: «Io raccolgo l’ultimo sguardo che le persone posano sulle cose prima di lasciarle andare.»

Pensai a una metafora, a un poeta di strada. Lui però estrasse dalla tasca una scatola di legno chiaro, con un coperchio di vetro opaco attraversato da venature rosa, come un cielo al tramonto. L’aprì. Dentro, su un letto di velluto blu, riposavano minuscoli granelli di luce. Sembravano lucciole addormentate.

«Sono frammenti di sguardo» spiegò a voce bassa. «Quando qualcuno decide di separarsi da qualcosa che ha amato, nell’attimo prima di consegnarla al banco o di posarla in una scatola degli scarti, le dedica un’ultima occhiata. Lì dentro c’è tutto: la gratitudine, il rimpianto, la cura. Io la raccolgo prima che si disperda nell’aria. Le cose passano di mano in mano, ma quella luce nessuno la vede più. Nessuno tranne me.»

Mi fece cenno di avvicinarmi. Prese un granello tra il pollice e l’indice e lo sollevò davanti ai miei occhi. Il mercato scomparve per un istante: vidi una stanza di bambino, una coperta a quadri azzurri, un ragazzino alto che la piegava con lentezza esagerata, gli occhi lucidi. La posava dentro un sacco per la Caritas, ma prima di chiuderlo la sfiorava con la punta delle dita, come si accarezza la fronte di qualcuno che parte. Quello sguardo, denso di infanzia e distacco, vibrava nel granello luminoso.

«L’ultimo sguardo di un figlio alla coperta dei suoi sogni» mormorò l’uomo. Poi prese un altro frammento. Mi mostrò le mani di una donna anziana che, in un tinello pieno di sole, sfila la fede nuziale. La rigira tra le dita, la porta alle labbra per un istante, poi la posa su un vassoio d’argento destinato a un nipote. In quel gesto c’era un matrimonio intero, cinquanta primavere, un addio senza rumore.

Rimasi senza fiato. «E tu le conservi? Per sempre?»

«Per sempre è una parola che non mi appartiene. Le conservo finché qualcuno non ha bisogno di ricordare che ciò che ha perduto non è mai scomparso davvero.» Mi guardò dritto nell’anima. «Anche tu hai lasciato andare qualcosa di importante. Vuoi vedere?»

Prima che potessi rispondere, sfiorò un terzo granello, più opaco, quasi dorato. E mi vidi. Avevo vent’anni, ero in una soffitta polverosa, tenevo in mano una fotografia di mio padre da giovane, con il suo primo cappello da muratore e un sorriso che non gli avevo mai conosciuto. La guardai a lungo, poi la infilai in una busta insieme ai documenti da buttare. Ma quell’ultimo sguardo – me ne accorgevo solo ora – era stato un abbraccio. Avevo detto addio a un padre che non avevo capito, e in quell’attimo gli avevo chiesto scusa.

L’uomo richiuse la scatola con delicatezza. Il mercato tornò intorno a noi, con le sue voci, i suoi richiami, l’odore di polvere e mele mature.

«Perché lo fai?» chiesi, con un groppo in gola.

Sorrise, allacciandosi il cappotto. «Perché le cose che contano non si perdono mai. Cambiano solo custode. I piatti passano di tavola in tavola, i giocattoli di bambino in bambino, gli anelli di dito in dito. Ma lo sguardo che li ha accompagnati è il vero testamento. Io sono solo un custode di luce.»

Lo vidi allontanarsi tra le bancarelle, la scatola stretta al petto. Il vento sollevò una manciata di foglie, e per un attimo ebbi l’impressione che danzassero proprio intorno a lui, come se anche le foglie avessero uno sguardo da affidargli. Poi svoltò l’angolo, e non lo incontrai mai più.

Da quel giorno, ogni volta che poso un oggetto caro nelle mani di un altro, mi soffermo un istante. Lo guardo davvero. E so che da qualche parte, in una scatola di legno chiaro, c’è un granello di luce che custodisce la parte migliore del mio addio.

Questa voce è stata pubblicata in Ti racconto... e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.