La bontà che scandalizza

C’è una frase, in questa parabola, che brucia ancora oggi. Il padrone della vigna guarda il lavoratore della prima ora e gli chiede: «Sei invidioso perché io sono buono?».

Non lo rimprovera per aver lavorato. Non lo accusa di aver sbagliato. Lo mette davanti al suo cuore. Perché la mormorazione non nasce dal lavoro, ma dall’invidia. Nasce dal confronto con gli altri e finisce per trasformarsi in un’accusa contro il padrone.

Quel lavoratore aveva ricevuto ciò che gli era stato promesso. Non un centesimo di meno. Ma quando ha visto che gli ultimi avevano ricevuto la stessa paga, il denaro gli è sembrato poco. Non perché fosse poco, ma perché era uguale.

Il pastore che non pasce

Ezechiele, nella prima lettura, descrive un dramma antichissimo: quello dei pastori che pascono se stessi invece del gregge. Si nutrono di latte, si rivestono di lana, ammazzano le pecore grasse. Non curano le deboli, non fasciano le ferite, non vanno in cerca delle disperse. Per colpa loro, le pecore vagano e diventano preda.

Dio pronuncia parole durissime: «Eccomi contro i pastori. Chiederò loro conto delle mie pecore». E poi annuncia una svolta: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna».

Dio non lascia il gregge in balìa di chi lo sfrutta. Lui stesso si farà pastore. Lui stesso andrà in cerca delle disperse. Lui stesso curerà le ferite.

Il salmo di oggi lo canta: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla». Non un pastore qualunque. Il Signore.

La parabola che rovescia

La parabola della vigna ci mostra il volto di questo Pastore. È un padrone che esce all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre, alle cinque. Non si stanca di cercare. Non si stanca di chiamare. Va in piazza, vede quelli che sono rimasti senza lavoro e li manda nella sua vigna.

E alla sera, la paga. Tutti ricevono un denaro. Tutti.

I primi mormorano. Hanno lavorato tutto il giorno, hanno sopportato il caldo, e ricevono quanto chi ha lavorato un’ora sola. Sembra ingiusto. Ma il padrone non è ingiusto: è buono.

La giustizia umana calcola le ore, i meriti, gli sforzi. La bontà di Dio non si lascia rinchiudere nel calcolo. Dona a tutti la stessa cosa: se stesso.

È questa la bontà che scandalizza. Perché noi vogliamo che Dio sia giusto secondo le nostre misure. Vogliamo che premi i buoni e punisca i cattivi. Vogliamo che chi ha lavorato di più riceva di più. E invece Dio dona a tutti la stessa paga: la sua vita.

I primi e gli ultimi

La parabola termina con una frase che Gesù ripete spesso: «Gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

È una promessa per gli ultimi e un avvertimento per i primi.

Gli ultimi, quelli che nessuno aveva ancora preso a giornata, quelli rimasti in piazza fino a sera, ricevono la stessa piena dignità dei primi. Anzi, sono chiamati per primi alla distribuzione.

Dio ha un’attenzione particolare per chi è rimasto indietro. Non perché i primi valgano meno, ma perché gli ultimi hanno più bisogno di sentirsi accolti.

Il pastore di Ezechiele va in cerca della pecora smarrita. Il padrone della vigna esce di nuovo alle cinque del pomeriggio. È lo stesso movimento. Dio non smette di cercare chi è rimasto fuori.

La nostra fatica

Forse anche noi, come i lavoratori della prima ora, fatichiamo a capire questa bontà. Perché abbiamo lavorato, ci siamo impegnati, abbiamo sopportato il peso della giornata. E ci sembra ingiusto che chi arriva all’ultimo riceva lo stesso.

È la fatica di chi ha passato una vita in parrocchia e vede il figlio che non è mai venuto in chiesa accettato con la stessa gioia. È la fatica di chi ha custodito una fedeltà silenziosa per anni e vede Dio spalancare le braccia a chi torna dopo una vita lontana.

Ma la parabola non ci chiede di smettere di lavorare. Ci chiede di non invidiare. Ci chiede di non misurare la bontà di Dio con il metro dei nostri meriti. Ci chiede di gioire perché qualcuno, anche all’ultima ora, ha trovato lavoro. Perché qualcuno, anche all’ultimo momento, ha scoperto che Dio lo ama.

La tristezza del lavoratore della prima ora nasce da un cuore che non sa gioire del bene altrui. E se non sappiamo gioire del bene altrui, il nostro lavoro, anche il più santo, diventa un peso. E il nostro cuore, anche il più generoso, diventa un recinto.


Trasforma la Parola in preghiera

Pensa a qualcuno che, secondo te, ha ricevuto più di quanto meritasse. Una promozione, un riconoscimento, una grazia. O forse pensa a chi è arrivato tardi nella fede, a chi si è convertito all’ultimo momento, e ti sembra che riceva lo stesso amore di chi ha creduto per tutta la vita.

Non lasciare che l’invidia ti rubi la gioia. Il padrone della vigna ti chiede: «Sei invidioso perché io sono buono?». Rispondigli con un sorriso, e chiedigli di allargare il tuo cuore.

**Signore Gesù,
tu che racconti di un padrone buono
che esce a cercare lavoratori fino all’ultima ora,
insegnami la tua bontà.

Liberami dall’invidia di chi pensa di aver meritato di più.
Liberami dal confronto con chi ha ricevuto di più.
Liberami dalla tristezza di chi non sa gioire del bene altrui.

Donami lo sguardo del padrone della vigna:
capace di vedere chi è rimasto in piazza,
capace di chiamare anche all’ultima ora,
capace di dare a tutti la stessa paga.

Insegnami a non misurare il tuo amore
con il metro dei miei meriti.
E fa’ che io sappia gioire
quando un fratello, anche all’ultimo momento,
trova la strada di casa.

Perché la tua bontà non è una sottrazione.
È la sorgente che non si esaurisce.

Amen.**

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