
Isaia ha una visione che, per il suo tempo, suonava come un terremoto. Il tempio di Gerusalemme, il luogo più sacro d’Israele, il cuore dell’identità del popolo eletto, un giorno sarà chiamato «casa di preghiera per tutti i popoli».
Non soltanto per i figli di Abramo. Non soltanto per chi osserva la Legge. Non soltanto per chi può esibire una genealogia riconosciuta.
Per tutti.
Gli stranieri che hanno aderito al Signore, dice il profeta, saranno condotti sul monte santo. I loro sacrifici saranno graditi. La loro presenza non sarà semplicemente tollerata, ma accolta con gioia.
È una rivoluzione. Il tempio custodiva appartenenze, distanze, soglie che non tutti potevano attraversare. Ognuno conosceva il proprio posto e sapeva fin dove gli era consentito arrivare.
Isaia annuncia un giorno in cui nessuno sarà considerato straniero nella casa di Dio. Un giorno in cui le porte saranno aperte e uomini e donne di ogni popolo potranno avvicinarsi al Signore.
La donna che attraversa la soglia
Sette secoli dopo, una donna cananea rende visibile quella profezia senza saperlo.
È pagana, straniera, abita nella regione di Tiro e Sidone. Sua figlia è tormentata da un demonio. Lei ha sentito parlare di un rabbi galileo e ha deciso che sarà lui a salvarla.
Grida: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide!».
Riconosce in Gesù il Messia d’Israele, lei che israelita non è. Ma Gesù tace. I discepoli vorrebbero allontanarla. Gesù stesso dice: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
La donna, però, non si arrende.
Si prostra e dice: «Signore, aiutami!».
E Gesù risponde: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
Sembra una porta chiusa. Una risposta capace di spezzare ogni speranza. Ma la donna non si lascia schiacciare da quelle parole. Le afferra e le apre dall’interno.
«È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Se c’è una tavola, sembra dire, qualcosa cadrà. E se cadrà anche una sola briciola, quella briciola porterà con sé tutta la forza del pane.
Non pretende un privilegio. Non rivendica un’appartenenza che non possiede. Ma non rinuncia neppure alla speranza. Continua a credere che nella misericordia di Dio ci sia posto anche per lei e per sua figlia.
E Gesù rende visibile ciò che i discepoli non erano ancora riusciti a vedere:
«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
E da quell’istante sua figlia fu guarita.
La cananea ha attraversato la soglia. Non con la forza, ma con la fede. Non imponendosi, ma affidandosi. Ha chiesto una briciola e ha scoperto che, nella misericordia di Dio, anche una briciola contiene l’intero pane.
Una chiamata che non viene ritirata
Paolo, nella seconda lettura, sta vivendo sulla propria pelle questa rivoluzione.
Lui, fariseo osservante, è diventato apostolo delle genti. Ha compreso che la salvezza non è un possesso da custodire gelosamente, ma un dono destinato a raggiungere ogni uomo.
Eppure Paolo non dimentica il suo popolo. Una parte d’Israele non ha accolto il Vangelo, mentre l’annuncio di Cristo ha raggiunto le genti. Ma questo non significa che Dio abbia abbandonato Israele.
Al contrario, Paolo pronuncia parole che ancora oggi tolgono il respiro:
«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili».
Dio non ritira le sue promesse. Non sceglie per poi abbandonare. Israele rimane amato, perché Dio è fedele anche quando l’uomo non lo è.
La misericordia del Signore non cancella una promessa per farne spazio a un’altra. Si allarga, tracima, raggiunge chi era lontano senza dimenticare chi è stato chiamato per primo.
Poi Paolo consegna una delle frasi più vertiginose di tutto il Nuovo Testamento:
«Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti».
Tutti.
Non alcuni. Non i migliori. Non quelli che hanno i documenti in regola. Non quelli che possono vantare un’appartenenza o presentare un elenco di meriti.
Tutti.
Nessuno può avanzare pretese davanti a Dio. Tutti viviamo della sua misericordia. La comune fragilità diventa il luogo nel quale la grazia può raggiungere ogni uomo.
La fede che trova una porta
La cananea è la prova vivente di questa verità.
Non ha la Legge. Non appartiene al popolo dell’alleanza. Non discende da Abramo. Non ha nulla da esibire, se non il proprio dolore e l’amore per sua figlia.
Eppure Gesù le dice:
«Donna, grande è la tua fede!».
Non grande è la tua appartenenza.
Non grande è la tua genealogia.
Non grande è la tua osservanza.
Grande è la tua fede.
La profezia di Isaia trova una delle sue prime pietre vive in una donna straniera, venuta da fuori, che ama sua figlia abbastanza da non lasciarsi fermare dal silenzio, dall’incomprensione e da una risposta che sembra respingerla.
La sua fede non sfonda la porta. Neppure finge che la porta non esista. Cerca una fessura, una crepa, una briciola di luce. E proprio lì scopre un passaggio.
Forse è questa la fede che Gesù loda: non la fede di chi pensa di avere tutto in regola, ma quella di chi continua ad affidarsi quando ogni apparenza suggerirebbe di andarsene.
Non la fede di chi pretende che Dio gli debba qualcosa, ma quella di chi sa che la sua misericordia è più grande di ogni confine.
Le soglie che ancora custodiamo
La domanda per noi non è soltanto: come può la Chiesa essere davvero casa di preghiera per tutti i popoli?
La domanda è anche: quali sono le porte che continuiamo a tenere chiuse?
Non sono soltanto porte di legno o di pietra. Sono i giudizi che pronunciamo. Le persone che evitiamo. Le categorie nelle quali rinchiudiamo gli altri. I confini che tracciamo tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi merita attenzione e chi può essere ignorato, tra chi è dei nostri e chi non lo sarà mai.
A volte escludiamo senza neppure accorgercene.
Basta uno sguardo che non accoglie. Una parola pronunciata con superiorità. Un silenzio che fa capire all’altro di essere fuori posto. Una comunità nella quale tutti sembrano sapere già chi abbia diritto di sedersi e chi debba rimanere sulla soglia.
La donna cananea ci ricorda che Dio può trovare una fede immensa proprio là dove noi non avremmo pensato di cercarla.
La casa di preghiera per tutti i popoli si costruisce quando smettiamo di stabilire chi possa avvicinarsi alla tavola e cominciamo a fare spazio.
Perché il pane di Dio non diminuisce quando viene condiviso.
E nessuno, nella sua casa, dovrebbe sentirsi soltanto tollerato.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a qualcuno che, forse senza volerlo, hai lasciato sulla soglia.
Non necessariamente per un torto grave. Forse perché è diverso da te. Perché non lo comprendi. Perché ti mette a disagio. Perché non corrisponde all’idea che hai di chi merita il tuo rispetto, la tua attenzione, il tuo tempo.
Oggi Isaia, Paolo e la donna cananea ti dicono che la casa di Dio è aperta.
La tavola è apparecchiata.
E perfino una briciola della sua misericordia contiene già tutto il pane.
Signore Gesù,
tu che hai fatto della tua casa
una casa di preghiera per tutti i popoli,
apri le porte che tengo chiuse.
Quelle che ho costruito per difendermi.
Quelle che ho innalzato per giudicare.
Quelle che mi separano da chi è diverso,
da chi non comprendo,
da chi ho escluso senza appello.
Donami la fede della cananea:
umile, coraggiosa, insistente.
Una fede che non pretende,
ma si affida alla tua misericordia.
Una fede che non si arrende
davanti al silenzio.
Una fede capace di riconoscere
anche in una briciola
l’abbondanza del tuo amore.
Fa’ che la tua Chiesa
non abbia porte chiuse.
Rendila una casa nella quale
ogni uomo possa sentirsi atteso,
accolto e amato.
E che nessuno rimanga sulla soglia,
sentendosi straniero
nella casa del Padre.
Amen.