
«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima».
Gesù parla ai Dodici mentre li manda in missione. Sa che andranno incontro all’ostilità, al rifiuto, forse alla morte. E torna a ripeterlo: non abbiate paura.
Non promette che saranno risparmiati. Promette che ciò che conta davvero — l’anima, la vita custodita nelle mani di Dio — nessuno potrà toccarlo.
San Donato, patrono della Diocesi di Arezzo, queste parole le ha prese sul serio.
Il vescovo che non tacque
Donato fu vescovo di Arezzo nel IV secolo, in un tempo in cui essere cristiani poteva ancora costare la vita. Secondo la tradizione, fu martirizzato durante il regno di Giuliano l’Apostata.
La memoria antica ci consegna l’immagine di un vescovo che non smise di annunciare il Vangelo, di prendersi cura dei poveri e di celebrare i sacramenti.
Un racconto narra che, durante una Messa, alcuni pagani irruppero mentre i fedeli ricevevano la comunione e mandarono in frantumi il calice di vetro che il diacono Antimo teneva tra le mani. Donato raccolse i frammenti, pregò e ricompose il calice. Mancava una parte del fondo, eppure il vino rimase al suo interno senza che una sola goccia cadesse a terra.
Non è soltanto un gesto spettacolare. È un segno.
Il calice spezzato e ricomposto è l’immagine di una Chiesa che può essere colpita, perseguitata, ferita, ma non distrutta. È anche l’immagine delle nostre vite: fragili, incomplete, attraversate da crepe che sembrano irreparabili e che, affidate alle mani di Dio, possono ancora custodire la grazia.
La carità che non muore
Paolo, nella seconda lettura, scrive parole che sembrano il ritratto di Donato:
«La carità è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio. La carità non avrà mai fine».
Donato non cercò il martirio. Ma quando venne il momento di scegliere se tacere o testimoniare, non lasciò che fosse la paura a decidere per lui.
Aveva capito che l’unica cosa che non muore è l’amore. Il calice può essere spezzato, il corpo può essere ucciso, ma la carità «non avrà mai fine».
Gesù lo aveva promesso: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Donato riconobbe Gesù davanti agli uomini. E Gesù riconobbe Donato davanti al Padre.
La città che non dimentica
Arezzo celebra oggi il suo patrono.
Non celebra un eroe antico. Celebra un padre che ha custodito e rafforzato la sua fede. Le pietre della città, le chiese e le tradizioni ne conservano il ricordo; ma la memoria più vera è quella di un vescovo che amò il suo popolo fino in fondo.
«Non abbiate paura».
Sono le parole che Gesù disse a Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor. Le stesse che il Risorto rivolse alle donne presso il sepolcro. Le stesse che lo Spirito continua a sussurrare alla Chiesa in ogni tempo.
La paura è umana. Il coraggio è grazia.
Donato non era un incosciente. Era un uomo che aveva messo la propria vita nelle mani di Dio e aveva scoperto che lì, e solo lì, era al sicuro: non dalla sofferenza o dalla morte, ma dalla paura di perdere se stesso.
Trasforma la Parola in preghiera
Pensa a qualcosa di cui hai paura in questo momento. Una situazione che ti sembra più grande di te, una parola che non osi dire, un passo che non osi compiere.
Non si tratta di diventare eroi. Si tratta di non lasciare che sia la paura a decidere per noi.
Perché ciò che mettiamo nelle mani di Dio non va perduto, anche quando sembra fragile come un calice di vetro.
Signore Gesù,
tu che hai detto ai tuoi discepoli
di non avere paura,
guarda la mia paura.
Non chiedo di essere un eroe.
Chiedo di non tacere quando devo parlare,
di non fuggire quando devo restare,
di non rinnegarti quando costa.
Donami lo spirito di Donato:
fedele nella prova,
coraggioso nella testimonianza,
capace di ricomporre i cocci
senza contare i pezzi mancanti.
E quando avrò paura,
ricordami che la mia vita è nelle tue mani
e che nulla di ciò che affido a te
andrà perduto.
Amen.