1. Il comandamento incompleto

C’è una frase del Vangelo che conosciamo tutti. L’abbiamo sentita mille volte: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (cfr. Vangelo secondo Matteo).
Scorre via liscia. Non ci inciampiamo mai. E forse è proprio questo il problema.
Perché, se ci fermiamo davvero, ci accorgiamo che quella frase la viviamo solo a metà. Ci viene spontaneo pensare al prossimo, a chi abbiamo accanto, a chi ha bisogno. E lì, spesso, ci giochiamo tutto: tempo, energie, cuore.
Ma il “come te stesso” resta indietro. Non lo neghiamo… semplicemente non ci entriamo.
È come se desse un po’ fastidio.
In fondo, siamo cresciuti con l’idea che il bene sia uscire da sé, donarsi, non pensarsi troppo. E così, quasi senza accorgercene, diventiamo molto attenti agli altri e molto esigenti con noi stessi.
Eppure Gesù, quando parla del comandamento più grande, non separa le cose. Tiene tutto insieme: “Amerai il Signore tuo Dio…” e “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (cfr. Vangelo secondo Matteo).
Quel “come” non è una parola di passaggio. È una misura. Vuol dire che il modo in cui una persona sta davanti a sé stessa entra, per forza, nel modo in cui ama gli altri. E qui iniziano le difficoltà.
Perché amarsi non è così immediato come sembra. Non parliamo di piacersi o di sentirsi a posto, ma di qualcosa di più semplice e più concreto: sapersi trattare con un minimo di verità e di bene.
E non sempre succede.
Si vede, ad esempio, quando si sbaglia e non ci si perdona. Quando si vive con la sensazione di non essere mai abbastanza. Quando si fa il bene, ma con una tensione continua, come se tutto dipendesse da noi. Sono cose normali, diffuse. Ma dicono qualcosa.
San Paolo lo esprime in modo molto diretto: “Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne; al contrario la nutre e la cura” (cfr. Lettera agli Efesini).
È un dato di realtà: c’è una forma elementare di cura di sé che fa parte della vita. Quando questa si perde, o si deforma, qualcosa si incrina anche nel modo di amare.
Perché non si può dare pace se dentro si vive in tensione. Non si può accogliere davvero se dentro ci si respinge. Non si può amare bene fuori quello che, dentro, non si riesce almeno un po’ ad accettare.
E allora succede una cosa che molti conoscono bene: si continua a fare il bene, ma con fatica. Si è presenti, disponibili, generosi… ma senza riposo interiore. E a volte emerge anche una certa stanchezza, o una sottile amarezza.
Non è mancanza di buona volontà. È un problema di radici.
Per questo la Scrittura riporta sempre al punto di partenza: lo sguardo di Dio. “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo” (cfr. Libro del profeta Isaia).
Non è una frase per consolare. È una verità da cui ripartire.
Anche Francesco d’Assisi ha vissuto dentro questa logica. Non cercando di costruire un’immagine di sé, ma riconoscendosi creatura amata. Nelle Ammonizioni insiste su questo: tutto è dono.
E quando questo entra davvero, cambia il modo di stare davanti a sé stessi. Si smette di oscillare tra durezza e giustificazione. Si impara, lentamente, a stare nella verità.
Forse è proprio qui che il “come te stesso” prende forma.
Non come invito a mettersi al centro, ma come passo necessario per amare in modo più vero.
Perché finché una persona resta in lotta con sé stessa, anche l’amore che dona agli altri ne porta, in qualche modo, il segno.
Il comandamento è uno solo. Ma se ne saltiamo una parte, prima o poi si sente.