NICEA: DOVE SIAMO STATI UNO. E DOVE POSSIAMO TORNARE

«Che siano una cosa sola» – La preghiera che ci precede

«Che siano una cosa sola» (Gv 17,21).
È una frase semplice, nuda, ma pronunciata nella notte più seria della vita di Gesù.
Non è teoria.
È il desiderio più intimo del suo cuore.

La lettera In unitate fidei, scritta in preparazione al futuro incontro a Nicea, ci raggiunge proprio qui: prima che la Chiesa cammini verso l’unità, è chiamata a ritrovare il proprio cuore.

Nicea: dove l’unità è già accaduta

Nicea non è un ricordo lontano.
È la sorgente della fede comune, dove la Chiesa confessò insieme:
«Crediamo in un solo Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio»
e affermò che il Figlio è «della stessa sostanza del Padre».

Non per amore delle definizioni, ma per custodire il volto di Cristo.

L’unità non è impossibile: l’abbiamo già vissuta.

Un invito, non una spiegazione

Il Papa non è ancora a Nicea.
Per questo la lettera non racconta un viaggio: lo prepara.

È un invito silenzioso ma diretto:
– guardare l’altro come fratello,
– lasciarsi convertire,
– riscoprire ciò che ci unisce più di ciò che divide.

La strada dell’unità comincia molto prima degli incontri ufficiali: comincia nel cuore.

Firmata nel giorno del Re

Non è un dettaglio marginale che la lettera In unitate fidei sia stata firmata il 23 novembre, nella festa di Cristo Re dell’universo.
Il Regno che celebriamo non assomiglia a nessuno dei nostri.
Non è dominio, ma comunione.
Non è potere, ma riconciliazione.

Firmare un appello all’unità proprio in questo giorno significa ricordare che l’unico trono che conta è una croce, e che l’unico Regno che non finisce è fatto di cuori che si cercano, non di confini che si alzano.

È come se la Chiesa dicesse: prima di andare a Nicea, prima delle parole, prima dei protocolli, ricordiamoci Chi è il nostro Re.
E che verso di Lui convergono tutte le strade dell’unità.

Uno sguardo verso il 27 novembre – 2 dicembre: passi che aprono strade

Mentre la Chiesa accoglie questa lettera, lo sguardo si allarga verso le giornate che dal 27 novembre al 2 dicembre vedranno Papa Leone XIV recarsi in Turchia e in Libano.
Non è un semplice viaggio apostolico: è un cammino che attraversa le sorgenti dell’unità cristiana e, nello stesso tempo, tocca le ferite più recenti del Medio Oriente.

In Turchia il Papa visiterà Ankara e Istanbul, incontrerà le autorità civili e religiose, entrerà nella Moschea Blu e renderà omaggio al mausoleo di Atatürk.
Ma soprattutto raggiungerà İznik, l’antica Nicea, per una commemorazione ecumenica storica insieme al Patriarca Bartolomeo: una preghiera davanti alle icone di Cristo e del Concilio, conclusa dall’accensione di una candela.
Un gesto piccolo, ma capace di dire ciò che spesso le parole non riescono più a esprimere.

In Libano, terra stanca eppure salda nella fede, Leone XIV porterà consolazione e speranza: la visita al porto di Beirut in memoria delle vittime del 2020, la preghiera a San Charbel, l’incontro con i giovani a Bkerké, il dialogo con i leader musulmani e drusi, e la piantagione di un cedro come segno di radici che non si spezzano.

Questo viaggio non spiega Nicea, non la anticipa e non la interpreta in chiave politica.
La accompagna, camminando tra popoli che vivono la fragilità e la fede con un’intensità sorprendente.
È come se il Papa dicesse alla Chiesa intera:
«L’unità non nasce quando ci incontriamo nelle parole, ma quando decidiamo di avvicinarci nelle ferite.»

Il Dio che accompagna

Il documento ricorda che Dio “accompagna l’uomo nei luoghi più oscuri” (p.6).
Non attende la nostra perfezione per venirci vicino.

E allora la domanda è inevitabile:
perché noi pretendiamo la perfezione dell’altro per avvicinarci?

Se Dio accorcia le distanze, anche noi possiamo farlo.

Custodi essenziali: Atanasio e la verità che unisce

Sant’Atanasio (p.7) ha pagato con l’esilio la fedeltà alla divinità di Cristo.
Non difendeva idee, ma il cuore della fede.

Forse oggi l’unità è fragile non perché non dialoghiamo, ma perché non amiamo abbastanza ciò che è essenziale.

L’unità nasce da un cuore disposto

Leone XIV ricorda che il cammino cristiano passa per la pazienza, il perdono, la misericordia (p.9).

L’unità non si costruisce con tattiche.
Si accoglie quando smettiamo di trasformare le differenze in muri.

Lo Spirito, protagonista silenzioso

La lettera riconosce che i passi più belli dell’ecumenismo li ha compiuti lo Spirito Santo (pp.10–11).
Non noi. Noi possiamo desiderare.
Lui può realizzare.

Avvento: un tempo che educa all’unità

Entriamo nell’Avvento: tempo di attesa, di silenzio, di prossimità.
Il Dio che viene nella piccolezza ci ricorda che l’unità nasce sempre da passi umili e discreti.

La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani è a due mesi da noi; la conversione di Paolo, il 25 gennaio, è un orizzonte lontano ma già presente nel cuore:
l’immagine di un uomo trasformato da Dio fino a diventare ponte.

Ogni Avvento è un invito a questa conversione.

«Perché il mondo creda» – e una preghiera sottovoce

Gesù lega l’unità alla credibilità del Vangelo.
Non è un dettaglio teologico: è il centro.

Forse l’unità comincia così:
non quando siamo d’accordo su tutto,
ma quando lasciamo che Cristo regni almeno in un angolo del nostro cuore più duro.

È da quell’angolo che il mondo ricomincia.

Una scintilla finale

La lettera si chiude così:

«Santo Spirito di Dio, unisci i cuori e le menti dei credenti» (p.11).

E allora resta solo una preghiera, semplice e vera:

Spirito Santo,

tu che visiti i cuori nell’ora dell’attesa,
insegnaci la via dell’unità.
Fa’ che ci incontriamo nella fragilità,
dove Tu abiti.
Rendici una cosa sola,
perché il mondo possa credere
che Tu sei passato tra noi.

Questa voce è stata pubblicata in Generale, Pensieri per l'anima, Ti racconto... e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.