
Ogni anno, tra l’1 e il 2 agosto, migliaia di pellegrini attraversano la soglia della Porziuncola, una piccola chiesa che si fa varco sull’infinito. Vengono da ogni parte del mondo per ricevere il “Perdono di Assisi”, quel dono che san Francesco, nella sua santa audacia, chiese e ottenne non per sé, ma per tutti. Non un premio per i perfetti, ma un rifugio per i peccatori. Non un’eccezione, ma una profezia: la misericordia sarà sempre più grande della miseria.
Un desiderio che nasce dalla compassione
Francesco non era un teologo da scrivania, ma un uomo trafitto dalla compassione. Quando chiese a Gesù e poi al Papa Onorio III che “tutti, confessati e pentiti, potessero ricevere il perdono totale delle colpe e delle pene”, non lo fece per costruire un evento, ma per dischiudere un varco. Aveva visto troppi cuori piegati sotto il peso della colpa, troppi uomini e donne convinti di non essere più degni di Dio. Il Perdono di Assisi è nato da uno sguardo che ha saputo vedere la dignità là dove il mondo vedeva solo vergogna.
Non chiese un luogo ma un tempo: non la bellezza della Basilica, ma la semplicità della Porziuncola; non il giubileo straordinario, ma un dono quotidiano e accessibile. Il cielo, per Francesco, non era un premio da meritare, ma una ferita da lasciarsi curare.
Un perdono che non si può comprare
C’è una particolarità che rende unico questo giorno. Il Perdono di Assisi non si lega ad offerte, a indulgenze da “acquistare”, né a opere da contabilizzare. È scandalosamente gratuito. È il Vangelo nella sua nudità. È il Crocifisso che dice ancora: “Oggi sarai con me in paradiso”. È Dio che corre incontro al figlio prodigo mentre ha ancora l’odore dei porci addosso. È la festa della misericordia prima ancora del pentimento perfetto. Non per banalizzare il peccato, ma per non idolatrarlo.
In un tempo in cui tutto si scambia, si negozia, si monetizza – anche la fede – il Perdono di Assisi ci ricorda che ci sono cose che si ricevono solo a mani vuote. Non si entra nella Porziuncola per sentirsi migliori, ma per riconoscere di essere ancora amati.
La logica rovesciata della grazia
Il perdono non è mai un ritorno al passato. È una creazione nuova. Non cancella semplicemente gli errori, ma li trasfigura. Il peccato non scompare: viene redento. Come il corpo di Cristo risorto porta ancora le ferite, ma non fa più male, così il cuore perdonato porta la memoria della sua fragilità, ma non ne è più prigioniero.
Chi sperimenta il perdono non diventa perfetto, ma libero. Libero di amare senza paura. Libero di non nascondersi più. Libero di non usare la maschera della perfezione. Il Perdono di Assisi è un invito a lasciarsi amare proprio lì dove ci vergogniamo di essere visti.
Una porta sempre aperta
La Porziuncola, nel suo minuscolo silenzio, è diventata la soglia di una festa eterna. Francesco l’ha voluta come casa della Madre, perché solo una madre sa amare così. Solo una madre non si scandalizza della miseria del figlio, ma vi si getta dentro con tenerezza.
E oggi, come allora, chiunque varchi quella soglia con cuore pentito e umile può sentire di nuovo l’abbraccio del Padre. Non serve un pellegrinaggio fisico: basta un passo interiore, una preghiera vera, un desiderio sincero.
Il perdono che ci cambia
Ma il vero miracolo è che il perdono ricevuto diventa perdono donato. Solo chi si sente perdonato riesce a perdonare. Solo chi ha pianto davanti a Dio, smette di giudicare gli altri. Il Perdono di Assisi, allora, non è solo un evento liturgico, ma una chiamata a diventare misericordia vivente.
Portare la Porziuncola dentro di sé: essere luoghi dove gli altri possano respirare pace, accoglienza, fiducia. Dove nessuno venga condannato, ma accompagnato. Dove la verità si dica con amore e l’amore non rinunci mai alla verità.
“Perché là dove è stato molto amato, molto può essere perdonato.”
E là dove il cuore si lascia perdonare, può finalmente cominciare ad amare.