Santa Sperandea (Sperandia)

Santa Sperandea

Sperandia nacque a Gubbio, in Umbria, si presume intorno al 1216 e morì nell’anno 1276. Visse, quindi, in un periodo ed in una regione in cui l’ideale di povertà evangelica proposto da S. Francesco attirava una miriade di proseliti.

All’età di nove anni a S. Sperandia apparve Gesù che le rivelò che doveva spogliarsi delle sue vesti e fare penitenza. Lo spogliarsi delle vesti indicava il distacco dei beni materiali per una scelta totale di quelli spirituali. La Santa si rivestì di una ispida pelle di maiale, con un cintura di ferro ai fianchi e si allontanò dalla famiglia per seguire la chiamata del Signore. Tutta la vita di Santa Sperandia fu pervasa da un’ansia profonda di preghiera e soprattutto dalla meditazione della Passione di Cristo. Tale meditazione fu spesso preludio di estasi e visioni allegoriche, specialmente nel giorno del Venerdì santo. La preghiera era anche accompagnata da un’aspra vita penitenziale, fatta di astinenze e lunghi digiuni quaresimali. L’ultima quaresima della sua vita la santa la trascorse nel territorio di Cingoli, al “Sasso di Citona”, luogo oggi chiamato “Grotte di santa Sperandia”. Sperandia trascorse al freddo quei quaranta giorni della quaresima di San Martino, senza tunica, a capo scoperto e a piedi nudi, chiusa in una capanna di stuoie. Ad un’anima così eletta il Signore non negò il carisma dei miracoli, che attrasse verso la santa, sia durante la vita che dopo la morte, una moltitudine di devoti. Con il segno della croce, la santa operava prodigi, con particolare predilezione verso i fanciulli infermi, le donne sterili e i carcerati. Un altro tratto della sua vocazione, fu la carità verso i poveri, ai quali rivolgeva parole fervide di fede e di speranza, come le seguenti: “il Signore provvederà”, “confida nel Signore”, etc.
La santa veniva anche chiamata a dirimere le discordie fra città o anche all’interno della stessa città fra le diverse fazioni dei guelfi e ghibellini. Sperandia fu, inoltre, una santa itinerante, dall’inizio della sua vocazione fin verso gli ultimi tempi della sua vita. Ella , come molti santi e religiosi del Medioevo, intendeva imitare Cristo, itinerante per le contrade della Palestina, il quale disse: “gli uccelli dell’aria hanno i propri nidi, le volpi le proprie tane, ma il Figlio dell’uomo non ha dove riporre il capo”. Tale imitazione voleva anche sensibilmente testimoniare ai fedeli il radicale distacco dai beni terreni. La vita peregrinante permetteva a Santa Sperandia e ad altri come lei di transitare in numerose città e borghi e di edificare i cristiani con la parola, con l’esempio e con i prodigi. Santa Sperandia visitò Roma, Spoleto, Gubbio, Recanati, Fossato di Vico, Fabriano, Cagli e la tradizione la vuole anche pellegrina in Terra Santa. Dopo lunghe peregrinazioni, la santa stabilì la sua dimora a Cingoli, vestendo l’abito di San Benedetto nel Monastero di San Michele. A motivo della sua santità ed autorità, venne anche eletta all’ufficio di abbadessa.
La tradizione tramanda anche il celebre miracolo delle ciliegie. Nel mese di gennaio la santa aveva chiamato alcuni muratori per il restauro e l’ampliamento del monastero. Preparò loro da mangiare e a fine pasto chiese loro se avessero avuto bisogno di qualcos’altro. I muratori, presi da spirito goliardico, risposero che avrebbero gradito delle ciliegie fresche. La santa, dopo aver fatto ricorso alla preghiera, vide apparirgli un angelo in atto di porgerle un cesto di ciliegie. Santa Sperandia le portò ai muratori, i quali sbalorditi per il prodigio, si gettarono ai suoi piedi, chiedendole perdono per l’insulsa ed irriverente beffa. Santa Sperandia morì l’11 settembre 1276. La sua sepoltura divenne subito meta di pellegrinaggi e luogo di grazie e di miracoli. Il suo corpo incorrotto è esposto alla venerazione dei fedeli nel monastero benedettino propriamente detto di santa Sperandia a Cingoli.


Autore:
Elisabetta Nardi

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