Incontrare la grazia di Dio con il digiuno

Il digiuno e la preghiera possono operare in noi il passaggio dal bisogno al desiderio. Ciò significa, nel linguaggio biblico, che non gustiamo più il latte dei neonati, ma che ora possiamo prendere anche il cibo solido dello Spirito, a cui hanno diritto coloro che hanno raggiunto in Gesù la statura dell’uomo adulto. Il digiuno e la preghiera sono allora espressione di un grande amore purificato che si traduce in un abbandono incondizionato e nell’attesa paziente delle meraviglie che Dio, liberamente e spontaneamente, compirà nella nostra vita. Come ha detto Romualdo con una felice immagine, l’uomo in preghiera è come un pulcino, tutto contento della grazia che Dio gli accorda (contentus de gratia Dei) e che non ha nulla da mangiare se la chioccia – cioè la grazia (mater gratia!) – non glielo dà. Dio usa nei nostri confronti una liberalità che ci accorda i suoi doni gratuitamente, ma sulla quale non vantiamo alcun diritto. Il digiuno diviene la sorgente di una gioia indicibile. Gioia di chi mangia unicamente dalla mano di Dio. Mentre la veglia ci fa come superare il tempo, il digiuno ci fa scendere in profondità fino agli strati inconsci del nostro essere, là dove con la forza dello Spirito possiamo affrontare tutti i bisogni e tutte le passioni. Nella veglia l’uomo assomiglia agli angeli che giorno e notte contemplano il volto di Dio. Il digiuno lo mette in grado di vivere nel suo essere concreto la fame profonda di tutta la creazione, fame che non può mai essere appagata in un corpo e che solo lo Spirito può saziare. Infatti è lo Spirito che conferisce sempre forza e finalità al digiuno e alla preghiera, lui che esaudisce l’uno e l’altra, senza misura, ben al di là di ogni bisogno e di ogni desiderio.

André Louf

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