
Gesù ha appena liberato un uomo dal male. Ci si aspetterebbe gratitudine, stupore, magari persino un po’ di gioia. Invece qualcuno riesce a sospettare anche davanti al bene: «È per mezzo di Beelzebùl che scaccia i demòni».
È impressionante quanto possiamo diventare complicati. A volte il bene è davanti ai nostri occhi, ma se non entra negli schemi che abbiamo già costruito troviamo subito un motivo per dubitarne. Succede anche nelle nostre relazioni: un gesto viene interpretato, una parola sezionata, un’intenzione sospettata. E alla fine rischiamo di non riconoscere più ciò che è buono semplicemente perché arriva da dove non ce lo aspettavamo.
Gesù non si mette a difendere la propria reputazione. Porta il discorso molto più in profondità: «Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio».
Il Regno, dunque, non è qualcosa da aspettare in un futuro lontano. Comincia ogni volta che il male perde terreno, ogni volta che una persona viene rimessa in piedi, ogni volta che una ferita non genera un’altra ferita, ogni volta che qualcuno smette di vivere nella paura.
Il problema della casa vuota
Poi Gesù racconta una piccola storia inquietante. Uno spirito cattivo esce da una persona e, tornando, trova la casa «spazzata e adorna». Tutto ordinato, tutto pulito. Ma vuoto.
Ed è proprio quel vuoto il problema.
Possiamo passare una vita intera cercando di eliminare ciò che non va: correggere difetti, chiudere situazioni sbagliate, liberarci da abitudini che ci fanno male, mettere ordine nei pensieri e persino diventare persone molto disciplinate. Tutte cose buone. Ma il Vangelo sembra dirci che la vita cristiana non consiste soltanto nel togliere.
Una casa può essere perfettamente pulita e restare terribilmente vuota.
Non basta domandarsi: Che cosa devo smettere di fare?
Prima o poi bisogna anche chiedersi: Di che cosa sto riempiendo il cuore? Chi sto lasciando entrare?
Perché certi vuoti non si custodiscono a lungo. Prima o poi qualcosa li occupa.
Lasciarsi abitare
Forse per questo san Paolo, nella prima lettura, insiste tanto sulla fede. Non siamo salvati perché siamo riusciti a costruire una vita impeccabile, ma perché ci siamo affidati a Cristo.
La fede non è l’ennesima cosa da fare bene. È permettere a Dio di prendere casa dentro di noi.
Allora la conversione cambia volto. Non significa passare le giornate a controllare se stessi, ma lasciare spazio a una Presenza. Significa riempire la casa di Vangelo, di relazioni vere, di misericordia, di preghiera, di bene concreto. Significa lasciare che Cristo abiti anche quelle stanze che preferiremmo tenere chiuse.
Forse non saranno sempre ordinate. Forse resterà qualche angolo da sistemare.
Ma una casa abitata dall’amore vale molto più di una casa perfetta e vuota.
Trasforma la Parola in preghiera
Signore Gesù,
entra nella mia casa così com’è.
Non voglio soltanto liberarmi di ciò che mi fa male:
voglio lasciare spazio a Te.
Abita i miei pensieri,
le mie relazioni, le mie fragilità,
anche gli angoli che faccio fatica a mostrarti.
E quando rischio di riempire il cuore
di cose che non danno vita,
ricordami che non sono fatto per il vuoto.
Resta Tu.
Perché dove abiti Tu
il male può ancora bussare,
ma non trova più una casa vuota.