
Abbiamo tutti una Gadara dentro di noi. È quel territorio dell’anima dove abbiamo seppellito le nostre furie, le nostre ossessioni, i nostri demoni personali, e dove abbiamo imparato a conviverci così bene da costruirci attorno un’intera economia, per quanto squallida e immonda.
La scena è violentemente teatrale. Gesù sbarca in una terra di tombe, il regno della morte in vita. Due indemoniati, talmente fusi con la loro distruzione da essere diventati loro stessi un pericolo pubblico, gli vengono incontro. Ma è il grido che sconvolge: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
Questa frase è una teologia raffinatissima in bocca a un demone. Riconosce l’identità di Gesù — “Figlio di Dio” — riconosce l’esistenza di un giudizio finale, di un “tempo” stabilito per la resa dei conti. Il male sa perfettamente chi è Gesù. Lo sa molto meglio dei discepoli, molto meglio della folla. La vera differenza tra il bene e il male non è la conoscenza teologica, ma l’amore. I demoni credono e tremano, ci ricorda san Giacomo. La loro conoscenza è esatta, ma sterile. Sanno chi è Gesù, ma non lo amano. E una verità senza amore può diventare inferno.
Ma quella domanda nasconde un’accusa terribile e attualissima: «Sei venuto a tormentarci prima del tempo?». Come a dire: “C’è un ordine, un calendario. Noi abbiamo il diritto di abitare qui, in questi uomini, in questo territorio, in questa società, fino alla fine. Abbiamo un contratto. Tu stai infrangendo le regole, irrompendo in anticipo. La tua Grazia è un’intrusione inopportuna”.
Quante volte pensiamo la stessa cosa?
Abbiamo stretto un patto di non belligeranza con le nostre ombre. Sappiamo di avere una zona oscura, una dipendenza affettiva, una rabbia sepolta, un vizio che ci consola, una menzogna che ci fa sopravvivere. Ci siamo abituati. Abbiamo organizzato la vita per tenercele strette, proprio come i gadareni avevano costruito un’economia attorno a quei porci. I nostri demoni non sono solo i mostri che ci distruggono; sono spesso i meccanismi di sopravvivenza che abbiamo creato e a cui siamo morbosamente attaccati.
Ed ecco l’assurdità della richiesta: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Una richiesta stupida, suicida. Il male non crea, può solo parassitare e distruggere. Quando chiede i porci, non sa far altro che precipitare nel baratro. Gesù dice semplicemente: «Andate!». Non è un esorcismo spettacolare. Non ci sono formule solenni, gesti teatrali, lunghi combattimenti. C’è una parola breve, netta, quasi chirurgica: separa l’uomo dal male che lo occupava, come all’inizio Dio separò la luce dalle tenebre.
Il miracolo è compiuto. Due uomini che fino a un attimo prima erano morte ambulante vengono restituiti alla possibilità di vivere. Matteo non indugia sul loro dopo, non ci racconta i loro volti, le loro parole, il loro ritorno tra gli uomini. Ma il fatto è chiaro: là dove regnava il caos, Gesù ha aperto una strada. Là dove nessuno poteva più passare, la vita torna a essere possibile.
Davanti a questo, ci aspetteremmo una festa in città. Ci aspetteremmo gratitudine, stupore, lacrime, abbracci. Ci aspetteremmo che qualcuno dica: “Portiamogli gli altri malati, gli altri prigionieri, gli altri sepolti vivi”. Invece accade il dramma più sconcertante di tutto il racconto.
I mandriani fuggono, entrano in città e raccontano ogni cosa, anche il fatto degli indemoniati. Ma insieme alla liberazione dei due uomini raccontano anche la morte dei porci. E qui l’economia incontra la Grazia, e l’economia vince.
Tutta la città esce incontro a Gesù. Non per ringraziare. Non per adorare. Non per chiedere misericordia. Escono tutti incontro a Lui, ma il testo greco usa lo stesso verbo che poco prima aveva descritto l’incontro degli indemoniati con Gesù: un incontro carico di opposizione, di resistenza, di paura. E quando lo vedono, lo pregano — lo supplicano, con lo stesso verbo usato dai demoni — di allontanarsi dal loro territorio.
È il rifiuto più educato e più tragico del Vangelo.
Non gli dicono: “Non sei vero”.
Non gli dicono: “Non hai potenza”.
Non gli dicono: “Non crediamo a quello che hai fatto”.
Gli dicono, in sostanza: “La tua potenza ci costa troppo. La tua presenza sconvolge il nostro ordine. La guarigione di questi uomini ha un prezzo che non vogliamo pagare. Preferiamo i nostri porci alla tua libertà”.
Eccolo, il terrore di essere liberati davvero.
Perché noi spesso non abbiamo paura del male. Abbiamo paura di ciò che accadrebbe se il male se ne andasse. Abbiamo paura dello spazio vuoto che resterebbe senza le nostre catene. Abbiamo paura di non sapere più chi siamo senza quel rancore che ci tiene in piedi, senza quella dipendenza che ci consola, senza quella ferita che ormai è diventata identità, senza quel compromesso morale o economico su cui abbiamo costruito la nostra sicurezza.
Anche noi abbiamo paura di un Dio che ci tormenta “prima del tempo”. Un Dio che non rispetta la nostra agenda di miglioramento graduale, che non aspetta il momento in cui ci sentiremo pronti, che non si limita a benedire il nostro equilibrio malato. Un Dio che vuole toccare ora quella relazione ambigua che ci dà sicurezza, ora quella rabbia che custodiamo come un diritto, ora quella menzogna elegante che ci permette di non cambiare, ora quel piccolo branco di porci interiori che pascola indisturbato accanto alle nostre tombe.
Avere fede non è semplicemente credere che Gesù possa scacciare i demoni. Questo, paradossalmente, lo sanno anche i demoni. Avere fede è non chiedergli di andarsene quando la sua presenza minaccia ciò che non vogliamo perdere. È preferire la libertà di due uomini ricostruiti nella loro umanità alla sicurezza di un branco di porci. È preferire la Sua presenza scomoda e liberante alla quieta, disperata autogestione delle nostre tombe.
Perché Gesù non viene mai a tormentarci. Viene a liberarci.
Ma per chi si è affezionato alla propria prigione, la libertà somiglia a un tormento. Per chi ha trasformato la malattia in casa, la guarigione sembra uno sfratto. Per chi ha costruito un’economia sulle proprie ombre, la Grazia appare come una minaccia.
La domanda che questo Vangelo ci sbatte in faccia è semplicemente questa: quando Gesù bussa alla porta della tua Gadara e dice “Andate!” alle tue ombre, tu esci per supplicarlo di restare, o corri a pregarlo di allontanarsi, terrorizzato da una vita che non sai più immaginare senza i tuoi porci?