Il Dio che dorme mentre tu affoghi

E perché è la notizia più bella di sempre

Mettiamolo subito in chiaro: la scena è scandalosa.

Siamo in piena tempesta. Le onde coprono la barca, i marinai esperti — perché molti di loro erano pescatori — hanno la morte negli occhi. E Dio?

Dio dorme.

Sereno, su un cuscino, come se nulla fosse.

Non è forse questa la nostra accusa più feroce e inconfessata? Non semplicemente: “Perché esiste il male?”, ma: “Perché Tu, che potresti fermarlo con un soffio, te ne stai lì, silenzioso, mentre io affogo nel mio mutuo, nella mia depressione, nel referto medico che non avrei mai voluto aprire?”.

Il vero miracolo, in questo Vangelo, non è anzitutto la tempesta sedata. È la domanda che la precede. O meglio: è il grido.

I discepoli non fanno una professione di fede teologica. Non costruiscono un discorso ordinato su Dio, sulla provvidenza, sulla fiducia. Gridano:

«Salvaci, Signore, siamo perduti!».

Non è una preghiera da santino. È l’urlo primordiale dell’uomo quando non sa più dove appoggiarsi. È il lamento del salmista. È la tua voce quando, alle tre di notte, fissi il soffitto e non vedi una via d’uscita.

E Gesù?

Prima di placare il mare, placa — o forse provoca — il loro cuore. Non offre subito una carezza. Usa un bisturi:

«Perché avete paura, gente di poca fede?».

Sembra ingiusto.

Umanamente, avevano tutte le ragioni per averla, la paura. La barca era davvero nella tempesta. Le onde erano davvero alte. Il pericolo era reale. Non stavano esagerando, non erano isterici, non si stavano inventando il dramma.

Ma è proprio qui il punto di svolta, il pugno nello stomaco che rende questo brano indimenticabile.

Gesù non li rimprovera perché hanno avuto paura della morte. Li rimprovera perché hanno creduto che la sua presenza addormentata fosse sinonimo della sua assenza.

Ed è anche la nostra malattia spirituale.

Misuriamo l’amore di Dio con il termometro della nostra serenità. Se tutto va bene, allora Dio mi ama. Se la barca affonda, allora Dio si è dimenticato di me. Se il mare tace, Dio c’è. Se il vento urla, Dio è lontano.

Ma il Vangelo viene a spezzare proprio questa logica.

La fede non è un’assicurazione contro i naufragi. Non è una polizza spirituale che garantisce mare calmo, salute stabile, relazioni ordinate, notti tranquille e risposte immediate. La fede è sapere che, anche quando Lui dorme, la barca è già Sua.

Una delle intuizioni più sovversive di Etty Hillesum, maturata nell’ombra della persecuzione, va proprio in questa direzione: non chiedere a Dio soltanto di salvarci dalla storia, ma imparare a custodire la sua presenza dentro la storia, perfino quando tutto sembra affondare.

Forse è questo che più ci scandalizza.

Noi vorremmo un Dio che impedisce la tempesta. Un Dio che interviene prima. Un Dio che si alza appena il vento cambia direzione. Un Dio pronto intervento, sempre reperibile, sempre efficiente, sempre conforme alla nostra idea di salvezza.

Invece il Vangelo ci mostra un Dio che dorme nella barca.

Non fuori dalla tempesta. Dentro.

Non lontano dai discepoli. Con loro.

Non assente dal pericolo. Immerso nello stesso pericolo.

E questo cambia tutto.

Perché, se Lui è nella barca, allora il problema non è più soltanto la furia del mare. Il problema è la nostra furia interiore, quella che pretende un Dio a nostra immagine: rapido, prevedibile, controllabile, pronto a togliere ogni disagio appena noi lo invochiamo.

Ma Dio non è il nostro talismano contro la vita.

È il Signore della vita.

Quei discepoli, svegliando un Cristo addormentato, si ritrovano davanti un Cristo cosmico, davanti a Colui al quale «perfino i venti e il mare obbediscono». La loro fine certa diventa il luogo della rivelazione. La tempesta che sembrava distruggerli diventa il palcoscenico della sua gloria.

Il finale, infatti, non è semplicemente: “E furono tratti in salvo”.

Il finale è lo stupore:

«Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

Ecco la vera domanda della fede.

Non: “Quando finirà questa tempesta?”.

Ma: “Chi è Colui che sta con me dentro questa tempesta?”.

La fede adulta comincia forse qui: quando smettiamo di pretendere che Dio si svegli al nostro comando e impariamo a riconoscerlo presente anche quando sembra tacere.

Non è facile. Non è romantico. Non è una frase da mettere su un’immaginetta con il mare al tramonto.

È carne viva.

È la fede di chi ha pregato e non ha ricevuto subito risposta. Di chi ha chiesto guarigione e ha dovuto attraversare ancora la malattia. Di chi ha invocato pace e ha trovato ancora vento contrario. Di chi ha avuto paura, tanta paura, eppure non ha lasciato la barca.

Forse oggi, nella tua tempesta, sei esattamente al punto in cui devi solo gridare, con tutta l’anima:

«Salvaci, Signore, siamo perduti!».

Senza vergogna. Senza fingere coraggio. Senza travestire la paura da compostezza religiosa.

Gridare.

E poi, finalmente, tacere.

Tacere abbastanza da scoprire che il suo silenzio non è abbandono. È un grembo.

Che la sua calma, mentre l’onda ti schiaffeggia, non è disinteresse. È la certezza misteriosa di chi sa che la tempesta non ha l’ultima parola.

Con Lui a bordo si può anche attraversare il fondo, ma non esserne inghiottiti per sempre.

Perché il Signore non sempre ci evita il mare agitato. A volte ci insegna ad attraversarlo. Non sempre zittisce subito il vento. A volte ci educa a non consegnargli il cuore. Non sempre ci toglie la paura. A volte entra proprio lì, nella paura, e la trasforma in domanda, in fede, in stupore.

È lì, nella paura accolta e non negata, che si nasconde il passaggio all’altra riva.

Perché il suo sonno è l’invito al nostro risveglio.

E la notizia più bella, forse, è proprio questa: anche quando Dio sembra dormire, non ha mai lasciato la barca.

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