La lista che ci salva

C’è un dettaglio, nel Vangelo di oggi, che di solito sfugge. Siamo portati a scivolare via veloci sui nomi degli apostoli, come si fa con una vecchia rubrica telefonica. Invece, proprio lì, in quell’elenco un po’ polveroso, si nasconde il cuore pulsante del brano. Perché Dio, quando vuole cambiare il mondo, non emana un decreto cosmico: stila una lista. Chiama per nome.

Non sono eroi, non sono puri, non sono nemmeno tutti simpatici. Guardiamoli in faccia, uno per uno. C’è Simone, che sarà Pietro, la roccia che si sgretolerà davanti a una serva. C’è Matteo, il pubblicano, il collaborazionista che tutti indicavano come traditore. C’è Giuda l’Iscariota, con quel verbo al passato remoto — “colui che poi lo tradì” — che è come un pugno nello stomaco, un’ombra gettata fin dall’inizio. E in mezzo a loro c’è gente di cui non sappiamo quasi nulla, presenze appena nominate nella storia della salvezza, come spesso ci sembra di essere anche noi.

Gesù non fa un casting. Non cerca i migliori. Li prende così come sono, dal groviglio delle loro storie. Dà loro “potere”: un potere fragile, che serve solo a liberare e a guarire, non a dominare. Come a dire: vi affido la mia stessa missione, quella di sporcarvi le mani con il dolore del mondo, di guardare in faccia il male e chiamarlo per nome, per scacciarlo. È un potere che non fa rumore, che non sale in cattedra, ma si curva sulle infermità.

E poi arriva la seconda scossa: l’ordine di andare. Ma non dove vorremmo noi. Gesù traccia un confine stretto, quasi soffocante: “Non andate fra i pagani… rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele”. Che strano questo Dio. Non ha forse a cuore tutti? Certo che sì. Ma la salvezza, per essere universale, deve imparare prima ad abitare il particolare. Deve cominciare da casa. Dalle relazioni più difficili, da quelle sfilacciate, da chi ci sta accanto e che abbiamo già etichettato, da chi condivide la nostra stessa storia ma si è perso per strada.

Le “pecore perdute” non sono soltanto i lontani. Sono anche i vicini che si sono smarriti. Quelli che forse non vengono più. Quelli che si portano dentro una ferita con la fede, con la Chiesa, con la vita. Quelli che magari conosciamo da anni, ma che non guardiamo più davvero.

Forse l’unica missione possibile oggi, per noi che ci sentiamo spesso inadeguati come quei Dodici, è smettere di voler conquistare le folle e tornare a cercare i volti. Quelli della nostra lista personale. Quella persona che il cuore conosce, che si è persa nei labirinti della solitudine o del rancore. Non serve fare grandi discorsi. L’annuncio è essenziale, quasi timido: “Strada facendo, dite che il regno dei cieli è vicino”.

Non è una dottrina: è un pezzo di pane ancora caldo. È la prossimità di un Dio che non si è stancato di noi. E che, per raggiungerci, ha ancora bisogno della nostra fragile, contraddittoria, meravigliosa umanità. Anche la tua. Anche la mia.

Con il nostro nome scritto dentro quella lista. Dentro quella compagnia dove trovano posto rocce incerte, cuori in fuga e peccatori pubblici. È lì che inizia tutto. Da un nome chiamato. Da una pecora che qualcuno va a cercare, non perché è brava, ma solo perché si è perduta ed è infinitamente amata.

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