Lunedì della XXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

VANGELO   (Lc 6,6-11) Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.
paes. Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un  uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo  osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di  che accusarlo. Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano  paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in  mezzo. Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare  del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E  guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo  fece e la sua mano fu guarita. Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Commento
Nella prima frase della prima lettura di oggi le traduzioni sono di  solito inesatte. L’ha fatto osservare a ragione l’ultimo commento  pubblicato sulla lettera ai Colossesi, quello di padre Aletti,  professore all’Istituto Biblico. Per migliorare lo stile della frase di  Paolo, i traduttori infatti modificano un po’ l’ordine delle parole.  Sembra poca cosa; in realtà cambia il senso. Traducono: “Sono lieto  delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello  che manca ai patimenti di Cristo”. Con questa traduzione fanno dire a  Paolo che la passione di Cristo è stata manchevole; manca qualche cosa  ai patimenti di Cristo, e Paolo ha l’ambizione di completare ciò che  manca. Questa idea non poteva certamente venire in mente a san Paolo.  Egli in realtà non parla dei patimenti di Cristo in questa frase. Dice  “tribolazioni”, il che già indica una sfumatura; ma soprattutto  l’espressione “nella mia carne” non si trova prima, ma dopo le parole  “che manca alle tribolazioni di Cristo”. La frase si deve tradurre:  “Completo quello che manca nella mia carne alle tribolazioni di Cristo”,  oppure: “quello che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne”.
Alla passione di Cristo non manca niente, è sufficiente per salvare il  mondo intero; però la passione di Cristo deve essere applicata alla vita  di ciascun credente e questo comporta una certa dose di tribolazioni:  “Dobbiamo soffrire con lui  dice altrove san Paolo  per poter essere  glorificati con lui”. Ogni vocazione cristiana comprende quindi una  parte di tribolazioni, che deve essere attuata. In questo senso Paolo dice che completa ciò che manca all’applicazione della passione di  Cristo nella sua esistenza. E una vocazione alta, questa applicazione  alla nostra vita della passione di Cristo. Paolo la vede in modo molto  positivo, al punto di dire:
“Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi”. Egli è convinto  della fecondità di questa partecipazione alla passione di Cristo; vede  la passione nella luce della risurrezione; sa che la partecipazione alla  passione è condizione per partecipare alla risurrezione. Parla quindi  di letizia, di gioia anche nelle sofferenze.
E non è il solo ad avere questa prospettiva. San Pietro nella sua prima  lettera invita tutti i cristiani a rallegrarsi quando hanno parte alle  sofferenze di Cristo:
“Quando avete parte alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, affinché  anche quando si manifesterà la sua gloria possiate rallegrarvi ed  esultare”.
La nostra vocazione cristiana ci porta a riconoscere la grazia nascosta  nelle sofferenze e nelle prove della vita, grazia preziosa di unione a  Cristo nella sua passione, grazia dell’amore autentico, che accetta di  pagare di persona. Se il valore supremo è quello dell’amore autentico,  occorre accogliere i mezzi necessari per progredire nell’amore non  soltanto con rassegnazione, ma con gioia.
Chiediamo allora al Signore di aiutarci a riconoscere la grazia nascosta  nei momenti difficili. Se l’apprezziamo al suo giusto valore, potremo  dire con san Paolo:
“Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo quello che  manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, a favore del suo  corpo che è la Chiesa”.
È chiaro che la partecipazione alla passione di Cristo si fa sempre in  un orientamento d’amore. Paolo scrive: “Le sofferenze che sopporto per  voi… Completo quello che manca a favore del coTpo di Cristo che è la  Chiesa”. Soltanto se accogliamo la sofferenza in questa prospettiva di  offerta generosa di amore potremo provare in noi la gioia stessa del  Signore.

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